Dante e il dente

Dante era un topolino dei denti, uno di quelli che ti fanno trovare i soldini al posto del dentino che hai perso.
Andava di fretta, aveva dodici appuntamenti, quella sera. Doveva passare a casa di altrettanti bimbi a ritirare dodici piccoli dentini da latte.
Controllò la lista:
«Vediamo… Allora, il prossimo è l’incisivo di un bimbo che si chiama Dodo. Vediamo dove abita… ah, a Quintu, sono vicino. Passo subito a prenderlo».
Prese la metrotopolitana, un grandissimo e segretissimo sistema di tunnel sotterranei nel quale correvano minuscoli trenini. C’era una fermata per ogni casa di ogni bambino!
Dopo un po’ che viaggiava comodo, una voce annunciò:
“Prossima fermata, Casa di Dodo”.
«Ah, è la mia», disse Dante. Si alzò, salutò i colleghi e scese.
Risalì le scale mobili fino ad arrivare a una porticina. Quando la aprì, si trovò in una cameretta buia. Meno male che Dante vedeva benissimo al buio.
«Ecco Dodo», si disse vedendo un bimbo dormire in un letto alto.
Salì veloce sul letto e si infilò sotto il cuscino. Niente dentino.
«Ma dove l’ha messo?», si chiese lisciandosi i baffi.
Consultò il suo tablet, lesse la scheda di Dodo: «Vediamo, vediamo. Ah, ecco: le altre volte l’ho trovato in un piattino, in soggiorno. Insieme a – YUM! – un pezzetto di parmigiano!».
Corse in soggiorno, si guardò intorno. Non vide piattini, ma cominciò a sentire un odorino invitante. Seguì il profumo e scoprì, sopra un basso tavolino, il suo dentino, dentro un piattino, insieme al gustoso parmigianino.
Prima che potesse raccoglierlo e sgranocchiare la saporita ricompensa, una sagoma nera gli si parò davanti: era nientemeno che la spregevole blatta Giuditta, uno scarafaggio gigante che rubava i dentini senza lasciare nulla in cambio.
Giuditta lo squadrò minacciosa: «Fila via, Dante. Il dentino è mio!».
«Neanche per sogno!», gridò il topolino.
«Vuoi la guerra? Peggio per te!», rispose Giuditta e subito gli saltò addosso. Era grande come lui, ma più forte e molto più cattiva. E soprattutto, aveva quattro braccia che agitava per assestare quattro schiaffoni alla volta al povero Dante.
Il topolino non riusciva a difendersi, Giuditta l’avrebbe di sicuro messo KO, sennonché…
SCRAP! SCRONCH!
Dante udì un rumore come di patatine masticate.
Giuditta non gli stava più sopra.  Dante sentì la sua voce distante, urlava: «Ah! Aiuto! Non mangiarmi!». Davanti al topolino, un’ombra gigante e pelosa. Era Rosi, la cagnolina di casa: stava sbocconcellando la disgustosa blatta.
La masticò un po’, quindi la sputò:
«Ma figurati se ti mangio!», le disse Rosi, «Preferisco le crocchette!».
Giuditta si rialzò a fatica e, zoppicando malconcia sgattaiolò, anzi, sblattaiolò via fino al bagno.
«Me la pagherete!», gridò un istante prima di tuffarsi nel gabinetto e sparire nell’acqua. Un rumore di sciaquone accompagnò la sua fuga.
Dante, sollevato per lo scampato pericolo, rimase a tu per tu con Rosi.
«Tutto bene?», gli chiese lei.
Il topolino era un po’ impaurito da quei denti aguzzi: «Sì», rispose timido.
«Oh, ma per caso hai paura di me? Non devi! Ti conosco e so cosa sei venuto a fare. Coraggio, prendi pure il tuo dente».
Dante, un po’ diffi-dente, aprì un sacchetto e ci mise dentro il dentino. Da un tubo che portava in spalla tirò fuori cinque euro arrotolati e li posò sul piattino. Si sentiva molto più rilassato, il cuore non gli batteva più forte forte. Prese il formaggio e lo porse a Rosi con un sorriso.
«Se lo vuoi puoi mangiarlo tu, cucciolona. È il minimo, per ringraziarti!».
«Ma no!», rispose lei, «È tuo, te lo sei meritato».
«Ah, be’, se insisti!». Dante non se lo fece ripetere due volte, ingurgitò il formaggio in un solo boccone, casomai Rosi ci ripensasse.
«Sai,», si giustificò, «tutto questo movimento mi ha messo un po’ di appetito».
«Ma senti,», gli disse lei, «ho sempre avuto voglia di chiedervi una cosa».
Dante si leccava i baffi: «Dimmi pure».
«Che te ne fai dei dentini?».
Il topolino sorrise: «Li rivendo alle fatine dei denti! Me li pagano molto bene!».
«E loro che se ne fanno?».
«Devi sapere che i dentini da latte, come tutte le cose che appartengono ai bimbi, sono pieni di magia. Le fatine li usano per fare un incantesimo prodigioso: con ogni dente, creano molti sogni bellissimi e li mandano ai bimbi che dormono».
«Ah!», commentò Rosi.
«Eh, la buona salute delle fatine dipende dalla felicità dei bimbi. Se un bimbo è triste, a una fatina viene il mal di pancia. O peggio». Il topolino fece un’espressione arrabbiata: «Invece Giuditta l’avrebbe portato agli stregoni e loro ci avrebbero confezionato un orribile incubo!».
«Ah! Disgraziati!», si indignò Rosi.
«Eh, purtroppo funziona così: loro si nutrono del dolore e della paura dei bambini».
Rosi scodinzolò: «Be’, per fortuna il dente ora è in buone mani!».
«Ci puoi contare, cucciolona!». Dante sembrava indaffarato: si muoveva lungo una parete, batté una zampetta sul battiscopa fino a che non fece un suono di vuoto: «Ecco, è qui!».
«Cosa?», gli chiese Rosi, curiosa.
«L’entrata della metrotopolitana». Il topolino premette un pulsante segreto e un pezzo di battiscopa ruotò, aprendosi. Dall’altra parte, minuscole scale mobili. Salutò un’ultima volta Rosi, poi entrò. Il battiscopa si richiuse alle sue spalle e nessuno avrebbe mai potuto immaginare cosa c’era lì dietro.
«Ciao, Dante», guaì Rosi. Sbadigliò, si grattò dietro l’orecchio con la zampa posteriore e si rimise a dormire nella sua cesta.

La mattina dopo, quando Rosi, scodinzolante, andò a svegliare Dodo leccandogli la faccia, lui le fece un sorriso enorme, la abbracciò e le disse:
«Rosi, non puoi immaginare che sogno bellissimo ho fatto!».
«BAU!», rispose Rosi e ascoltò divertita il racconto di un sogno incredibile.
Un sogno con simpatici topolini, antipatiche blatte e una meravigliosa cucciolona.


Storia richiesta da: Una mamma.
Genere: Racconto breve/Fiaba della buonanotte.
Richieste: Storia sul Topolino dei Denti.

Vincoli: Durata inferiore a 10′.
Scritta per: Bambino di 6 anni.
Tempo di lettura: circa 4 minuti.
Tempo nel parlato: circa 7 minuti.

 

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