Gli strani occhiali di Eberardo

Il piccolo Eberardo aveva bisogno degli occhiali. Gliel’aveva detto l’oculista:
«Li devi mettere quando guardi la televisione, il computer, l’Ipad, il portatile, la Wii, lo specchio del bagno e i vetri delle porte».
«Anche quando mangio pane e Nutella?», aveva chiesto alla mamma parlandole all’orecchio.
«Certo, soprattutto!», aveva confermato l’oculista che chissà come era riuscito a sentire il sussurro del bimbo.
Perciò erano andati dall’ottico a comprarli.
L’ottico gli aveva fatto vedere un sacco di modelli:
– Gli occhiali dei Paw Patrol, dei Super Wings, di Steven Universe.
E anche:
– Occhiali gialli a strisce nere, rossi a pallini bianchi, fucsia a sfrille trulle.
Oppure:
– Di pelle di coccodrillo, di osso di tartaruga, di becco di pollo!
Ma niente, non ce n’era neppure uno che piacesse al piccolo Eberardo.
La mamma era impaziente: «Coraggio, Ebe, deciditi, scegline uno!».
L’ottico però, un signore cicciottello con due occhiali così quadrati che sembravano usciti da Minecraft, rimaneva sorridente:
«Non gli metta fretta signora, scegliere l’occhiale giusto è molto importante».
Guardò il bimbo, aggrottò la fronte e fece un broncio buffo:
«Eh, ti ho capito! Tu sei uno che ha le idee chiare. Uno che non si accontenta! Aspettami qui».
Così dicendo andò nel retro del negozio e ritornò con una custodia dorata.
La aprì e… meraviglia! Estrasse un paio di occhiali incredibili: le lenti erano triangolari e azzurrate, la montatura, di tutti i colori, sembrava costruita con le Lego.
La mamma spalancò la bocca: «Sono orrib…».
«… Bellissimi!», terminò per lei Eberardo, «Voglio questi!».
«Ah, ah!», rise l’ottico, «Ne ero sicuro!».
Si chinò verso di lui e sussurrò: «Sai questi occhiali sono molto particolari, quando qualcuno ti… ehm!». Si interruppe appena la mamma si avvicinò per ascoltare.
«Insomma, scommetto che non ti pentirai di averli scelti!».

Il giorno seguente Eberardo si presentò nel cortile della scuola con i suoi nuovi, bellissimi occhiali.
Ebbe un successone: il bimbo, che era un po’ timido e di solito stava in disparte e silenzioso, era circondato da una torma di compagnetti che si complimentavano e gli chiedevano di provarli.
Si avvicinò anche la bellissima Brigitta, la bimba di cui Ebe era segretamente innamorato, quella a cui non riusciva a parlare, perché quando ci provava diventava rosso e boccheggiava come un pesciolino – rosso – nell’acquario.
«Con quegli occhiali sei anche più carino del solito!», gli disse Brigitta.
Eberardo sfoderò un sorriso così grande che gli facevano male le guance!
Eh, sì, quegli occhiali piacevano proprio a tutti.

A tutti? Uhm, forse non proprio. Infatti, una voce, dietro di lui, sentenziò:
«Sei ridicolo con quei cosi strani sul naso!». Era Eugenio, il capo bulletto della scuola, un bambino così grande da sembrare due, così antipatico che gli preferivi una visita dal dentista e così manesco che ti dava due sberle quando era arrabbiato e due schiaffi quando era contento.
Eberardo rimase di spalle, sperò che la campana suonasse presto, così sarebbero entrati e non avrebbe dovuto affrontare quel bestione.
«Girati, tappetto!», ordinò Eugenio.
Ebe si voltò, mantenne lo sguardo basso.
«Guardami negli occhi, Quattrocchi!». I due amici che aveva a fianco, antipatici, maneschi e grossi quasi quanto lui, furono gli unici a ridere per la battuta originale.
Eberardo, alzò timidamente lo sguardo, incontrò gli occhi cattivi di Eugenio. L’altro lo guardò e rise forte: «Ah ah! Che occhiali da scemo! Li hai trovati nell’uovo di Pasqua? Che brutto!».
Eugenio lo spingeva, i tre cantarono una canzoncina:
«Che brutto, che brutto, Ebe con gli occhiali! Ah ah!».
Nessuno interveniva, era troppa la paura del bullo e dei suoi scagnozzi.
D’improvviso, Eberardo fu abbagliato da una luce rosa.
Quando vide di nuovo, si accorse con stupore che Eugenio era… in mutande! E che mutande! Erano quelle col disegno degli Orsetti Amoretti Teneroni dal Cuore Grande Grande, Ebe aveva smesso di guardare quel cartone animato da anni – non scherziamo! – era per bambini troppo piccoli!
Non riuscì a trattenere un sorriso.
«Be’, che ridi?». Eugenio lo squadrò furibondo, interpretò quel sorriso come una sfida.
Ebe si guardò intorno: tutti sembravano terrorizzati, nessuno notava la stranezza della situazione. Poi l’occhio gli cadde sugli amici di Eugenio: uno aveva solo dei mutandoni lunghi con un buco sulla coscia, l’altro… oddio l’altro… non aveva le mutande!
Ma com’era possibile che tutti riuscissero a rimanere seri? Ebe pensò di aver capito. Si tolse un attimo gli occhiali: Eugenio e gli amici gli apparvero vestiti di tutto punto.

Insomma, come avrete capito, gli occhiali facevano questa particolare magia: riuscivano a farti vedere senza vestiti le persone antipatiche, cattive, che si divertivano a far del male alla gente.
Se li rimise. Scoppiò in una risata.
«Se ridi ancora ti do un papagno che ti faccio fare tre giri!», gli disse Eugenio fuori di sé dalla rabbia.
«Scusa, è che… le tue mutande! Fanno troppo ridere!».
Eugenio arrossì, si voltò verso gli amici:
«Mi si vedono le mutande?», chiese con un ringhio.
«No, no!», lo rassicurarono quelli.
Ma Eugenio, voltandosi, aveva mostrato le spalle a Ebe; le spalle e soprattutto due chiappone rosee chiuse dentro mutandine troppo piccole. Eberardo non riuscì più a trattenersi: cominciò a ridere, una risata forte e lunghissima. Era così spontanea che molti cominciarono a ridere con lui.
«Sì che si vedono! Hai le mutande degli Orsetti Amoretti appiccicosi da bambinetti! Ah ah! E a giudicare da come ti stanno strette le hai da quando avevi quattro anni».
Vi fu un istante di silenzio assoluto in cui si sentirono volare due mosche e strisciare un lombrico.
Poi tutti, tranne i tre bulli, esplosero in una risata incontenibile.
«Euge’, uccidilo!», disse l’amico alla sua destra. Eugenio però non si muoveva, era rosso come un peperone e sembrava sul punto di piangere.
«Ha parlato quello con le mutande bucate del nonno!», aggiunse Ebe in risposta alla minaccia dell’amico di Eugenio.
Il boato delle risate fu immenso.
Intervenne il secondo amico: «Polverizzalo, Euge’!».
«Ah ah, questo, poi: sapete che sotto ai pantaloni le mutande non ce le ha neppure?».
Il fragore della risata fu avvertito distintamente a sei chilometri di distanza; diverse balene rischiarono di spiaggiarsi sulla costa, a causa delle vibrazioni trasmesse dagli applausi con cui tutta la scuola incoraggiava Eberardo.
Lui non riusciva a smettere di ridere.
I tre bulli si strinsero l’un l’altro, imbarazzati, rossi, arrabbiati. Guardarono tutti con odio, poi, senza dire una parola, scapparono via.
La campana suonò in quel momento.
Una torma di compagnetti sollevò Eberardo e lo trasportò in spalla. Fu condotto in trionfo dentro la scuola.

Da quel giorno, Eberardo non si tolse più gli occhiali, se non per dormire. E ogni volta che incontrava qualcuno che lo provocava, attaccava briga o lo prendeva in giro, lo guardava e… rideva, rideva…


Storia richiesta da: Una mamma.
Genere: Racconto breve/Fiaba della buonanotte.
Richieste: Una storia che faccia sentire un po’ speciale un bimbo con gli occhiali.

Vincoli: Il nome del protagonista deve far rima con Edoardo.
Scritta per: Bambino di quasi otto anni.
Tempo di lettura: circa 5 minuti.
Tempo nel parlato: circa 8 minuti.

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...