Rosperimenti Pericolosi

CLANG! SWIISH! PING!
Sulla riva del grande stagno, le spade si incrociavano con clamore assordante.
Cozzavano una sull’altra, in un lungo gioco di attacchi e difese che vedeva, uno davanti all’altra, due piccole creature verdi.
«Sofia, sei impazzita?», urlava un rospo muscoloso, vestito di una mantella rossa e con la corona in testa. «Ti ordino di smetterla subito! Sono il tuo Re, l’hai dimenticato?».
Davanti a lui una rospetta alta e snella lo attaccava menando spadate furibonde:
«Non posso, Maestà», rispose affannata.
Il Re, al contrario, duellava in tutta tranquillità: parava le sciabolate di Sofia senza sforzo e sembrava non volerla davvero attaccare.
Appariva più incredulo che arrabbiato.
La rospetta avanzò con un affondo al corpo, il Re lo schivò senza fatica e le diede una spinta che la fece cadere in avanti.
Sofia si rialzò e lo attaccò a testa bassa, sfoderò tutti i colpi che conosceva: fendente, montante, tondo dritto e roverso.
Il Re li parò tutti sbadigliando.
Ancora: ridoppio, imbroccata, un altro affondo e infine sgualembro!
Il Re respinse gli attacchi con una mano sola, mentre nell’altra faceva girare un fidget spinner.
«Finiscila! Che ti è preso? Vuoi fare del male al tuo Re? Al tuo amico?», le chiese lui.
CLANG! CLONG! CLANK!
«Ariospo, amico mio! È necessario. È per il tuo bene!».
SWOOSH! CLANG!
«Cosa cosa? Per il mio bene sarebbe necessario sbudellarmi? Tu sei sotto l’effetto di qualche incantesimo molto potente!».
Lei si fermò un secondo, aveva il fiatone. Guardò il Re, chinò il capo e con la punta della spada scrisse tre lettere sulla terra battuta.
Il Re provò a leggere: «IdV?», domandò senza capire.
«SSSH!», lo zittì lei. Riprese a menare colpi di spada, parlava a fatica: «L’hai…», CLANG!, «letto…» DING!, «al… contrario!», SWOOSH!
Le spade si incrociarono, i duellanti si avvicinarono, viso contro viso.
«Non leggerlo a voce alta», gli sussurrò lei all’orecchio. Il Re la spinse via di nuovo.
Si scambiarono le posizioni. Lui rilesse le lettere dal verso giusto. La scritta diceva:
API
“Api”, rifletté Ariospo. “Che vuol dire?”.
Pochi secondi prima che quell’assurdo duello cominciasse, aveva fatto uno spuntino di api. Che la rospetta si riferisse a quello?
Mentre contrastava distratto Sofia, ripensò a quei momenti:
Quattro deliziose api giganti, posate su una foglia di ninfea dello stagno, sembravano aspettare solo lui.
Nascosto nel canneto, le aveva catturate con un solo lancio di lingua.
Erano un cibo ottimo, ma bisognava stare attenti: il Re era immune al veleno, anzi, lo trovava gustoso, ma se fossero riuscite a pungerlo, sai che dolore!
Così, arrotolando la lingua, le impastò in fretta nella bava spessa e appiccicosa, di modo che, se anche avessero provato a difendersi, a ferirlo, il pungiglione acuminato sarebbe scivolato innocuo su lingua e bocca. Ma… SCRONCH!
«Ahia!»
Scoprì con sorpresa che erano tanto invitanti quanto durissime da sgranocchiare.
Per quanto si impegnasse a masticarle, le api rimanevano vive, integre e zampettanti, non smettevano di agitarsi frenetiche nella sua bocca.
Alla fine si arrese: «Oh, va be’!», si disse, «Dovrò accontentarmi di succhiarle come caramelle».
Così fece: se le rigirò in bocca, il gusto era veramente ottimo: il dolce del miele, unito all’aroma esotico dei peletti dell’addome che gli solleticavano il palato. Per non parlare del piccantino del veleno del pungiglione.
Le ciucciò così per un pezzo, fino a che non cominciarono a perdere sapore; a quel punto provò un’ultima volta a romperne il duro esoscheletro per gustarne il contenuto morbido all’interno.
Non ci riuscì e, un po’ deluso, le sputò via.
Tre api caddero inerti a terra, incollate insieme in uno scaracchio colloso.
Non si muovevano più.
Il ricordo del Re terminava lì.

In effetti, la cosa era piuttosto strana. Quando mai si erano viste api così dure?
Sentiva però che c’era ancora qualcosa che gli sfuggiva, qualcosa che non stava considerando.
Cos’era?
Schivò una sciabolata alla testa, si spostò di lato.
Dunque, aveva masticato quattro api…
Con un salto e una capriola, atterrò alle spalle di Sofia, le diede una botta sulla testa col piatto della spada.
«Ahia!», disse lei.
«Ancora insisti?», la rimproverò il Re. Continuò a riflettere.
“Le ho ciucciate, poi le ho sputate… Okay… Tutte e tre”.
Parò un attacco.
“Tre”, ripeté.
Tre?
«TRE!», urlò illuminandosi. Aveva capito: se quattro api erano entrate e solo tre erano uscite…
«Una è rimasta dentro!», concluse. Ora che ci badava, sentiva uno strano formicolio allo stomaco.
Ma cosa poteva esserci di male a mangiare un’ape? Ne mangiava a dozzine e non aveva mai avuto neppure un mal di pancia.
Basta, doveva capire, era tempo che il combattimento finisse e che Sofia si spiegasse.
La attaccò con forza, lei si difese a stento. Sotto l’impeto di Ariospo, inciampò all’indietro e cadde distesa. Il Re le schiacciò il polso sotto il piede. Le strappò via la spada dalla mano.
«Adesso spiegami!», le intimò.
Lei smise di dimenarsi: «Mi arrendo», disse.
«Che ti è preso, Sofia?», chiese lui con tono comprensivo.
«Te lo spiego se ti fai dare un bacio», rispose lei.
«Come? Ma che dici?».
«Vuoi che parli? Ti basta concedermi un bacetto».
Il Re sbuffò, scosse la testa. Insistette per minuti interi per farla parlare, ma lei manteneva la larga bocca serrata.
«Uff! Va bene!», disse il Re. Sapeva quanto Sofia fosse irremovibile, quando si metteva qualcosa in testa.
«Solo un bacino sulla guancia, eh? Non sulla bocca, mi raccomando. Sai, c’è sempre quell’incantesimo fastidioso che…».
«Promesso!», giurò lei. Ariospo non vide che stava incrociando le dita.
Avvicinò una guancia a Sofia. Lei, con un guizzo che lo prese di sorpresa, ruotò il capo e gli schioccò un bacio proprio sulla bocca.
Lui si rialzò di scatto: «Che hai fatto, disgraziata!», urlò arrabbiato, mentre già il suo colorito mutava dal verde al rosa pallido, le zampe si allungavano. Cresceva, cresceva. Il petto e la schiena si ricoprirono di peli. La testa si ornò di una lunga chioma rossa.
In men che non si dica, si era trasformato in un umano. Nudo, con una piccola corona in testa. Al collo, il largo mantello da Re gli faceva da ridicolo bavaglino.
«Ma perché?», protestò lui. Con una mano tra le gambe, si copriva la nudità. «Adesso ci metterò delle ore a tornare normale!».
Per tutta risposta, Sofia spiccò un lungo balzo e gli si infilò in bocca.
«COFF! COUGH!», tossì lui, ma non poté evitare di ingoiare la rospetta.
Lo stomaco prese a fargli male veramente, era come se qualcuno fosse impegnato a spostare mobili… dentro la sua pancia.
Poi qualcosa gli risalì su. Fece un ruttino, un altro, infine sputò fuori… Cos’era? Sembrava un piccolo uovo, liscio e nerissimo.
Un altro conato e riemerse anche Sofia.
Era ricoperta di bava e succhi gastrici.
«Ce l’ho fatta!», urlò trionfante, «Ma che schifo!». Con due balzì si tuffò nello stagno.
Ariospo era furibondo:
«Adesso mi vuoi spiegare?», le chiese.
Lei si sciacquò la faccia: «Le api che hai mangiato», disse.
«Le api cosa?», domandò lui esasperato.
«Poco fa il biologo di corte è corso da me a dirmi che era accaduto un terribile incidente con un suo esperimento. Ha modificato geneticamente delle api, le ha trasformate aggiungendo geni di orso e di tartaruga. Ha parlato anche di un olivo. Non ho capito bene, comunque, so solo che le chiama aporsorugolive. Fatto sta che quattro di queste api sono scappate e…».
«E sono finite allo stagno. E io le ho mangiate», concluse il Re.
«Esatto. Ti ho visto ma non ho fatto in tempo a fermarti. Che sollievo quando ho notato che le sputavi! Ma le ho contate. Ne mancava una».
Ariospo sospirò: «Non potevi semplicemente dirmelo? Cosa pensavi di fare sfidandomi a duello?».
«Ti avrei aperto la pancia e l’avrei estratta».
«Cosa? Sarei morto!».
Sofia scrollò le spalle: «Ma no, il chirurgo di corte ti avrebbe ricucito. Almeno credo». Si grattò la testa: «Ripensandoci, forse è stato meglio farla uscire così», osservò. Con un balzo fu sul palmo della pallida mano umana di Ariospo.
«Non potevo avvertirti perché se lei ci avesse sentito, avrebbe potuto reagire. Il biologo dice che sono aggressive e intelligenti. Lui le usava per fare le moltiplicazioni, sono più veloci della calcolatrice».
«Bah!», disse Ariospo poco convinto, «E se si arrabbia cosa fa? Non vedi che ne è rimasto solo il guscio? Non ha più zampe né ali. Sai che paura!», rise sprezzante.
«Ehm», disse lei fissando lo strano uovo nero, «Quello non è un guscio. È una crisalide. Gua-guarda», balbettò.
Dall’uovo spuntò un tentacolo nero, si allungò contorto e si ramificò come una radice. Ne uscì un altro, e altri ancora, per un totale di sei. L’uovo si gonfiò e gonfiò, apparvero striature rosse e verdi. Due grandi ali, da pipistrello, ma colorate come quelle di una bellissima farfalla, crebbero e si distesero.
Emerse infine una testa.
«Co-co co-cos’è?», chie-chie-chiese Ariospo rabbrividendo.
La testa pareva di un minuscolo orso con gli occhiali. No, non erano occhiali: erano occhi, in tutto e per tutto simili a quelli delle api.
La creatura era piuttosto piccola, non arrivava a metà dell’altezza di Sofia, ma appariva terribile.
Il Re non osò pensare a cosa sarebbe successo se gli si fosse dischiusa nella pancia.
L’aporsorugoliva li guardò e parlò:
«Finalmente!», disse con una voce cavernosa. «La tua pancia ha sciolto il mio inutile guscio esterno e ho potuto trasformarmi. Ah Ah!».
Spalancò la bocca, ne uscì un lungo pungiglione acuminato e dotato di terribili uncini.
«Il mio regno del terrore può cominciare», continuò la creatura. «Pungerò chiunque mi ostacoli, gli inietterò il mio veleno a cui niente può sopravvivere. Mi nutrirò dei vostri corpi sfatti. Riderò della morte! Avrò potere, rispetto e non mi mancheranno i soldi per il cinema e i popcorn. Schiaccerò i miei nemici! Massacrerò gli oppositori. Farò in modo che…».
SGNACK!
Il discorso delirante dell’aporsorugoliva fu interrotto da una pietrata che la ridusse a una poltiglia verdastra sparsa sul terreno.
Purtroppo per lei, non si era accorta che, mentre proclamava le sue bellicose intenzioni, Ariospo si era chinato a cercare una grossa, solida e pesante pietra che aveva distrattamente lasciato cadere sull’ape psicopatica.
«Oh, be’», commentò Sofia ancora sul palmo di Ariospo, «Mi sa che non riuscirà a fare quello che aveva in mente».
«Già!», rise Ariospo.
Per non sbagliare, raggiunse le tre api sputate poco prima e riservò loro lo stesso trattamento.
Gli insetti esplosero con un CRANCH nauseante.
Lei fece una smorfietta a bocca chiusa: «Come vedi, diventare umani qualche volta torna utile».
«Eh, sì!», ammise Ariospo, «Ma non vedo l’ora di ritornare nel mio corpo. Questi peli, la pelle secca… che prurito insopportabile! Ma come faranno gli umani a non scorticarsi?».
Cominciò a grattarsi forte.
«Hai ragione. Rospi tutta la vita!», gridò lei.
«Viva i rospi!», confermò lui.
Alla luce del sole al tramonto, esplosero nel loro grido di battaglia:
«CRA-RA-KRACRA!».
Decine di rospi vicini e lontani lo ripeterono in coro.


Storia inventata insieme a: Fratello e sorella gemelli di 10 anni.
Genere: Racconto breve/Fantasy.
Richieste: “Devono esserci rospi, spade e api (transgeniche!). La protagonista si deve chiamare Sofia”.

Vincoli: “Deve far ridere”.
Scritta per: Bambini da 9 a 12 anni.
Tempo di lettura: circa 8 minuti.
Tempo nel parlato: circa 14 minuti.

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