Bubboni Spaziali

«Capitano!». La voce proveniva dagli altoparlanti.
Il capitano aprì un occhio e lo richiuse quasi subito.
«Capitano Cherchi», insistette la voce.
«Oh, lasciami in pace, voglio dormire!», rispose il capitano rigirandosi nel letto.
«È un’emergenza!», spiegò la voce.
Il capitano si mise seduto: «Uff!», commentò, «Sempre quando dormo, le emergenze. Stavo sognando che eravamo atterrati  su un pianeta stranissimo: gli alieni erano verdi…».
«Non mi pare così strano», osservò la voce.
«Fammi finire. Erano verdi e ricoperti di foglie e tra le foglie avevano dei bubboni. A un certo punto uno di questi bubboni si è aperto e ne è venuto fuori…».
«Del pus?», domandò la voce.
«Ma che schifo! No! Un bellissimo fiore. Ma proprio bello eh? Un’emozione guardarlo».
«Ah, bizzarro», commentò la voce in tono freddo.
Il capitano scrollò le spalle: «Ma che ne sai, tu? Sei un computer, queste cose non le puoi capire!».
«La devo contraddire, capitano», rispose  la voce in tono polemico, «Io capisco molte più cose di quante un umano sarà mai in grado di…».
«Sì, certo, come no», tagliò corto il capitano. Si toccò il viso, fece smorfie di dolore:
«Ahi!», diceva sfiorandosi uno zigomo. «Ohi!», aggiungeva grattandosi il naso che sentiva gonfio e dolorante. Curioso e infastidito, si diede una spinta, fluttuando senza gravità raggiunse il bagno della cabina. Si mise davanti allo specchio: la sua faccia era ricoperta di bubboni rossi e dolenti. Nel naso, vicino alle labbra; uno gigantesco quasi gli chiudeva una palpebra.
«Ma che cosa mi è successo?», si chiese incredulo.
«Io lo so!», rispose la voce. «Sono punture di zanzara!», spiegò trionfante.
«Ma sì, lo so anch’io», rispose il comandante. Aprì l’armadietto e cercò una pomata con la quale cosparse le punture. «Dannata zanzara! Mi ha tenuto sveglio due ore, col suo ronzio. Che schiaffoni mi sono dato, senza mai prenderla! Disgraziata! E poi mi ha conciato così! Me la pagherà!».
Si rivolse alla voce con tono di sfida: «Sirio, visto che sai tutto, spiegami come fanno le zanzare ad essere entrate in questa astronave».
«Dunque, l’ipotesi più probabile è che siano arrivate col carico di viveri che…».
«Frena, frena!», lo interruppe Cherchi, «Era tanto per dire, non mi interessa. Adesso pensiamo all’emergenza».
Il capitano Cherchi nuotò a mezz’aria fino al ponte di comando.
Lo attendevano primo e secondo ufficiale, avevano un’espressione preoccupata.
Cherchi si sedette sul seggiolino e si allacciò la cintura, tutto quel fluttuare senza peso alla lunga gli faceva venire il mal di mare.
Davanti a lui, il vasto parabrezza dell’astronave mostrava il solito spettacolo: uno o due pianetini multicolori, qualche galassia lontana e un sacco di stelle tutte uguali. Che noia. Ah no, aspetta: là in fondo, a dritta, riusciva a intravvedere uno sciame di fumose comete. Le avrebbero raggiunte a breve. Che fosse quella l’emergenza?
«Spiegatemi di che si tratta», disse Cherchi ai suoi ufficiali incrociando le gambe. Solo allora si accorse di essersi dimenticato le scarpe: ai piedi aveva ancora le ciabatte a forma di ippopotamo che usava per la notte. Gli ufficiali le guardavano come ipnotizzati e non proferivano parola.
«Ehm, ehi! Guardate me!», li richiamò Cherchi imbarazzato.
«Certo, capitano!».
«Ci scusi capitano!», dissero i due.
Il primo ufficiale spiegò: «È successo quando siamo usciti dalla Via Lattea. Per risparmiare carburante abbiamo attraversato l’Istmo di Aldebaran e abbiamo proseguito dritti verso il Canale di  Andromeda».
Il secondo ufficiale proseguì: « Dopo qualche ora di navigazione tranquilla abbiamo incontrato una tempesta di micro-asteroidi. Sbattevano sul vetro come grandine. Non vedevamo nulla. E a un certo punto…».
«A un certo punto?», fece eco il capitano Cherchi impaziente.
«A un certo punto», continuò il primo ufficiale, «abbiamo sentito una botta fortissima sullo scafo, vicino alla sala macchine».
Il capitano Cherchi ebbe un brivido: «No! Non ditemi che abbiamo colpito uno scoglio spaziale!».
I due ufficiali si guardarono tra loro, poi guardarono lui: «Lo credevamo anche noi, ma invece…».
Il capitano cominciava ad averne abbastanza delle esitazioni dei due: «Invece? Parlate, presto, o vi faccio arrestare, vi degrado e alla prossima mensa ufficiali potrete pure scordarvi il tiramisù!».
«Abbiamo investito… qualcosa. Guardi lei stesso», rispose il primo ufficiale impaurito, «Sirio, manda le immagini».
Su uno schermo apparvero le immagini dello scafo dell’astronave: c’era una creatura, abbarbicata al timone. Era… era… No, impossibile.
«Sirio, sai cos’è cos’è quel coso?».
«Sì, capitano».
Cherchi attese, ma Sirio non aggiunse altro.
«Be’, che aspetti a dirmelo?», lo esortò Cherchi.
«Ah, lo vuole sapere davvero? Credevo che fosse tanto per dire».
«Sirio! Impertinente e fastidioso! Parla dunque!».
«Va bene», acconsentì Sirio. «Posso affermare con certezza che la creatura che si è attaccata al timone della nostra astronave è un temibile togat togat».
«Ah, ecco.», commentò Cherchi, «A me pareva un gatto».
«Oh, ma è del tutto identico a un gatto.», spiegò Sirio, «Solo che vive nello spazio, è grosso quanto un elefante e ha degli artigli così duri da riuscire a incidere l’acciaio spaziale».
Proprio in quel momento, si udì un rumore di unghie sulla lavagna:
SCRIIIIN! SGRAATH.
Cherchi e i due ufficiali rabbrividirono per il fastidio.
«Ecco, appunto», constatò Sirio. «Come vedete si sta affilando gli artigli sullo scafo».
«Così lo bucherà!», urlò Cherchi terrorizzato. «Dobbiamo fermarlo!».
«Troppo tardi», commentò Sirio un istante prima che si udisse un CA-CRASH sinistro: le telecamere inquadrarono uno squarcio nello scafo. Il togat togat ci si precipitò dentro.
«Presto!», urlò il capitano, «Chiudete le paratie stagne! Attivate le difese perimetrali! E soprattutto: preparate una lettiera con della sabbia! Non vorrei che quel gattone si mettesse a far pipì dove capita!».
Provarono a fermare il togat togat chiudendo tutte le porte stagne: le abbatté.
Gli spararono addosso con cannoni laser: ad ogni sparo sorrideva e si metteva in posa, quasi fosse il flash di una foto ricordo. Il laser rimbalzava sui suoi denti bianchissimi senza fargli neppure il solletico.
Pensarono allora di distrarlo con un enorme gomitolo di lana. All’inizio sembrò funzionare: il togat togat lo lanciava con gli artigli per i corridoi dell’astronave e lo inseguiva allegro. Purtroppo però, in un lancio più lungo degli altri, il gomitolo finì proprio dentro la sala del ponte di comando.
La creatura entrò e vide subito i tre ufficiali.
«Ma chi diavolo ha lasciato la porta aperta?», bisbigliò a mezza bocca Cherchi. Il gomitolo si era fermato a un passo da lui. «Ehm, ciao, gattone!», disse poi agitando una manina.
Il togat togat annusò l’aria e guardò il capitano con sguardo affamato. Si leccò i baffi.
Il capitano intuì che quella storia poteva finire molto male: «Ehm, micetto, calma», disse con voce tremante, «Io non sono un topo spaziale, o una lucertola spaziale, o qualunque cosa spaziale ti piaccia mangiare. Non preferiresti, invece, una ciotola di latte?».
Il togat togat si mosse verso di lui, si avvicinò tanto che Cherchi ne sentiva l’alito, un misto di pizza al pesce marcio e carburante per razzi.
Il capitano Cherchi cominciò a recitare le preghiere.
“Questo gattone mi divorerà”, pensò sconsolato, “e io non ho neppure avuto il tempo di vendicarmi di quella zanzara. Che ingiustizia!”.
Il mostro spaziale indugiava con la bocca aperta, il naso a dieci centimetri dalla sua faccia. Un nasone completamente bianco. Così bianco che il capitano vide benissimo quando un piccolo oggetto scuro vi si posò sopra. Non era un oggetto, aveva le ali e ronzava.
Cerchi non poteva credere ai propri occhi: era il suo ultimo desiderio che si realizzava.
«La zanzara! La zanzara è qui!», disse stupefatto. «Bene, micetto, puoi pure mangiarmi, ma prima devi permettermi di fare secco quest’insetto. Allora morirò felice!». Così dicendo, diede un gran ceffone sul naso del togat togat.
«MEOOW!», fece la creatura sconcertata.
«NOOOOO!», urlò invece Cherchi quando realizzò che aveva fallito il colpo: la zanzara stava volando via tranquilla.
Si mise a piangere come un bambino, quasi dimenticandosi del togat togat.
Piuttosto… in effetti era strano che non l’avesse ancora sbocconcellato. Cosa aspettava?
Lo guardò: nel punto in cui la zanzara si era posata, il naso del mostro si era gonfiato a dismisura e una bolla grande quanto una pallina da ping pong scintillava di mille colori. Il togat togat prese a contorcersi e a soffiare. Si grattò il bubbone, ma ottenne soltanto che intorno al primo se ne formassero altri. Continuò a grattarsi furiosamente e in breve tempo in tutto il corpo si disseminarono quelle incredibili bolle. La creatura si gonfiò sempre più, fino a che, con un ultimo MEOOW disperato, esplose. Si lasciò dietro sei quintali di pelo morbidissimo, e nient’altro.
«Ma che è successo?», domandò Cherchi.
Rispose Sirio: «Penso che il togat togat fosse allergico alle punture di zanzara. Cioè, ehm», si corresse, «non lo penso. Naturalmente io lo sapevo, l’ho sempre saputo. Eh eh».
«Naturalmente», rispose Cherchi dubbioso.

Da quel giorno, per ordine del capitano, in tutta la nave furono lasciate vaschette di acqua putrida e melmosa. A chi gli chiedeva quale fosse il motivo, Cherchi rispondeva sempre allo stesso modo:
«Perché piacciono tanto a quegli utili, coraggiosi e operosi insetti nostri alleati. Quelli che vegliano su di noi e ci proteggono. Quelli che all’occorrenza fanno esplodere terribili mostri spaziali. Non sai di che parlo? Ma delle zanzare, naturalmente!».
Mentre spiegava, non mancava di mostrare con orgoglio le tante pruriginose punture con cui gli utili insetti lo decoravano ogni giorno.


Storia richiesta da: “Uomo adulto e vaccinato a cui piacciono le storielle per bambini”.
Genere: Racconto breve/Fantascienza.
Richieste: “Trova un senso all’esistenza delle zanzare”.

Vincoli: Nessuno.
Scritta per: Tutti.
Tempo di lettura: circa 7 minuti.
Tempo nel parlato: circa 12 minuti.

 

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