La collina degli esploratori

davIsoardo era appena arrivato al parco.
«Iso, dove vuoi andare?», gli aveva chiesto poco prima la mamma, mentre erano già in macchina.
Lui non aveva avuto dubbi: «Al parco dell’Ex Salumeria!».

Pochi minuti di strada ed eccoli arrivati.
L’Ex Salumeria era un bel posto: c’era un fantastico castello di legno su cui arrampicarsi e scivoli alti da cui lanciarsi a capofitto. Ma soprattutto era il parco in cui insieme a Brunella aveva cominciato una fantastica avventura. Tempo prima, infatti, avevano scoperto che l’acqua della grande fontana scendeva dalla cima di una piccola collina verdeggiante di oleandri. Avrebbero voluto scoprire da dove usciva, ma si era fatto tardi. Questa sarebbe stata una grande occasione per risolvere il mistero, se solo con lui ci fosse stata…
«Brunella!», gridò vedendo l’amichetta su un’altalena.
«Ciao, Isoardo!», lo salutò lei con un sorriso largo quanto un arcobaleno.
Saltò giù dall’altalena e strattonò sua mamma per la gonna: 
«Mamma, presto, dammi lo zaino dell’esploratrice!».
La mamma le passò uno zainetto rosa, lei se lo mise in spalla e corse da Isoardo.
«Siamo pronti?», gli chiese.
«Aspettavo solo te!», rispose lui girandosi di spalle per mostrarle lo zainetto verde che portava.
«Alla Collina degli Esploratori!», urlarono insieme.
«Fate attenzione», si raccomandarono le mamme. «Noi vi teniamo d’occhio da qui», dissero. Subito dopo presero a confabulare tra loro di cose strane e noiose, come fanno di solito i grandi.
Isoardo e Brunella raggiunsero di corsa la collina.
Il bimbo mostrò all’amica il letto del canale che alimentava la fontana. In quel momento era quasi asciutto. Nonostante fosse in pendenza e un po’ scivoloso,  riuscirono a risalirlo fino alla cima. Una volta lì, Isoardo indicò un largo buco in una parete di mattoni.
«Ecco, l’acqua esce da lì! Entriamo!».
Brunella osservò il buio assoluto dentro il buco e rabbrividì: «Ho paura!».
Isoardo però era attrezzato: prese dallo zaino una fascia elastica che si mise in testa. Era dotata di una luminosa torcia che il bimbo accese. Entrò per primo, Brunella tirò un sospirone e lo seguì. Il terreno era fangoso e tutto odorava di muffa.
La luce della torcia illuminava solo pochi metri davanti a loro, ma a parte il sentiero di terra bagnata, pareva non esserci niente intorno.
«Deve essere una grande caverna», osservò Brunella.
Fecero alcuni passi, poi altri tre, quindi otto, ancora quindici, infine quaranta e poi persero il conto!
Avevano camminato così tanto che voltandosi alle spalle non vedevano più la luce del giorno entrare dal foro.
«Torniamo indietro», piagnucolò Brunella.
Già, tornare indietro. Ma dove? Erano circondati dall’oscurità assoluta. Non si vedeva null’altro che il buio, terrificante, solido, infinito buio. Non riusciva a distinguere… No, aspettate: davanti a loro, la luce illuminò qualcosa!
Avanzarono di qualche metro, si ritrovarono dentro un cespuglio. Mentre lo attraversavano la luce aumentava, fino a che non ci fu più bisogno della torcia. Sbucarono in uno spiazzo in penombra. Sopra di loro, la fitta boscaglia schermava il sole.
Erano usciti fuori? Ma dov’erano? Isoardo non aveva mai notato un bosco nel parco. C’era anche qualcos’altro di strano: lo spiazzo era quasi completamente occupato da un laghetto profondo. Per la verità, sembrava più una piscina a forma di fagiolo scavata nella terra. Seduto sulla sponda, immerso fino alla pancia nelle acque calme, stava un… un…
Isoardo si stropicciò gli occhi: «Un cinghiale?», disse incredulo.
«Lo vedi anche tu?», chiese all’amica.
«S-sì!», balbettò Brunella. «Un cinghiale con un cappello blu a punta in testa. Si direbbe il cappello di…».
«Di un mago!», concluse Isoardo. «Vedi che ha pure le stelline dorate?».
Il cinghiale si accorse di loro, allungò una zampa a cercare un paio di occhiali che indossò.
I due bimbi non osavano fare un movimento, paralizzati dalla paura. L’animale li scrutò per qualche secondo, poi si lisciò una lunga barba bianca.
«Huiin!», grugnì, «Chi siete?».
I bimbi si presentarono educatamente:
«Piacere, Isoardo».
«Brunella, molto lieta».
Il cinghiale prese una limetta e cominciò a levigarsi le zanne: «Zirbo Cotechino, il piacere è tutto mio. Erano anni che non passavano bimbi, da queste parti. Avvicinatevi, da qui non riesco a vedervi bene. Sapete, sono molto miope».
Isoardo fece un passo in avanti ma Brunella lo strattonò: «Che fai!», gli sussurrò all’orecchio, «Non conosci la storia di Cappuccetto Rosso? I lupi fanno così e poi quando ti avvicini… SGNAK!».
Brunella serrò i denti di scatto facendo un rumore sinistro.
Isoardo la guardò perplesso: «Ma lui non è un lupo e poi…».
Fu interrotto da un grugnito divertito:
«Sguuick! Grunnf! Ohuiin! Non vedrò bene ma sento benissimo!», rideva Zirbo. «Io mangiare bambini? Huaha, Ooohuin! Ma scherzate? I bambini non mi piacciono affatto!», chiarì tornando serio.
«Preferisco ghiande e vermi, frutta e tartufi. Vado matto per le uova, ma ne trovo poche. Bambini? Bah, che idea!».
«Sicuro?», chiese Iso incerto.
«Certamente», rispose. Come per dimostrarlo, si voltò di lato, solcò la terra con la zanna, fino a quando non gli rimase attaccato un lungo lombrico. Lo aspirò come uno spaghetto:
«Vedete? Ne trovo quanti ne voglio». Si fece scuro: «Ah, certo, non sono buoni come il mio cibo preferito, ma mi accontento».
Brunella vinse la timidezza: «Qual è?».
«I funghi!», disse deciso. «Ah, cosa non darei per un buon fungo!».
Cambiò argomento: «Ma ditemi: cosa ci fate qui?».
«Ehm, in realtà non lo sappiamo», rispose Isoardo, «Noi eravamo al parco, stavamo seguendo il corso d’acqua che alimenta la fontana e…».
«Ah, già, già!», comprese Zirbo, «Il vecchio portale verso la salumeria. Allora è ancora aperto! E la salumeria?», domandò.
I bimbi si guardarono:
«La salumeria ha chiuso da un pezzo», rispose Brunella.
«Ah! Bene! Bene! Sapete perché ha chiuso?».
Isoardo si schiarì la voce: «Papà mi ha detto che è fallita, perché centinaia di… ehm… porcelli che sarebbero dovuti diventare prosciutti, salsicce e cotolette, da un giorno all’altro sono svaniti nel nulla».
«SGRUUNF!», grugnì forte Zirbo. I bimbi sussultarono. «A proposito di CHI mangia CHI! Avete capito? Prosciutti e braciole! Assassini!».
Isoardo arrossì, non sapeva proprio cosa rispondere.
«Comunque sia, lo avrete capito.», proseguì il cinghiale, «I maiali sono fuggiti dallo stesso foro da cui siete passati voi».
Brunella e Isoardo chinarono la testa: «Ci scusi», dissero insieme, «Non pensavamo di fare nulla di male a mangiare i suoi… cugini».
«Oh, va be’!», rispose Zirbo sbrigativo, «Noi cinghiali e i miei cugini maiali sappiamo di avere delle carni deliziose, purtroppo per noi. Ma non dovete scusarvi: fa parte del gioco, voi nutrite e crescete i porcelli e, a un certo punto, chiedete loro un piccolo sacrificio. Ah ah! Huiiin!», grugnì divertito.
«Ma sì, sono contenti anche loro: finché vivono, mangiano come… come maiali! Sgronf! E poi…  e poi hanno una morte degna e utile. In ogni caso – sguinf! – io preferisco essere un cinghiale! Vivo nella foresta, libero. Al massimo – PUM! – », mimò uno sparo, « un pallettone di un cacciatore. Pace. Ah ah! Sgruinf!».
I bimbi rifletterono su queste parole. Il silenzio durò alcuni minuti.
«Però non capisco.», disse Brunella, «Se accettavano il loro destino, perché volevano scappare?».
«Ah, bella domanda!», approvò il cinghiale. «Quella salumeria era gestita da delle persone veramente cattive: non nutrivano abbastanza i miei cugini, li tenevano chiusi tutto il giorno, non li curavano quando si ammalavano. Non sono questi i patti! Va bene finire in salsicce e braciole, ma finché si vive, si deve vivere bene! SGRUINF! Mi hanno contattato e mi hanno chiesto di aiutarli. Io ho aperto il portale magico. È facile, se sei un cinghiale mago e se hai a disposizione un fungo molto raro. Ho mangiato il fungo, pronunciato una formula, ecco fatto. I porcelli sono scappati e sono venuti a vivere in questa foresta».
«Incredibile!».
«Già». Zirbo si immerse del tutto nell’acqua. Quando riemerse li guardò sorpreso:
«Ancora qui? Cosa volete?».
«Noi andremmo», spiegò Brunella, «Ma non sappiamo come tornare a casa».
Zirbo rifletté a lungo: «Uhm… Tornare indietro… Uhm, sgruinf! Penso che sia impossibile».
«Co-osa?», gridò Isoardo.
«Ma sì. Il portale unisce il parco all’Isola di Prokus, dove siamo ora. Ma è a senso unico. Potete solo entrare».
Brunella cominciò a piangere.
«E tornare a piedi?», azzardò Isoardo.
«Sgruiiinf!», rise Zirbo, «Siamo nel mezzo dell’oceano, a migliaia di chilometri dal parco. Huiihk! Che idea buffa!», disse scuotendo la testa.
«Però…», proseguì il cinghiale.
«Però?», domandarono i bambini.
«Forse, se mi procuraste un ottimo fungo… potrei fare qualcosa. Lo cercherei io, ma sapete, sono molto vecchio e alla mia età, grufolare tra i cespugli è faticoso. Mi stanco in fretta».
«Lo cerchiamo subito!», gridarono i bambini forti di questa nuova speranza.
Cercarono per un sacco di tempo, ma di funghi, in quella foresta, neppure l’ombra.
Si sedettero per terra, stanchi e delusi.
«Non torneremo più a casa!», piagnucolava Brunella.
Isoardo era scoraggiato, ma non voleva arrendersi.
«Aspetta.», disse, «Mi è venuta un’idea».
Aprì lo zaino e controllò se dentro ci fosse qualcosa di utile.
Avvolta in un tovagliolo, trovò una rossa mela, la sua merenda. Nient’altro.
Brunella aprì il suo: una carota, uno yogurt alla banana e un cucchiaino.
«Che ci facciamo con queste cose?», chiese la bimba disperata.
«Uhm, forse ho un’idea!». Isoardo cominciò a mangiare la mela a grandi morsi.
«Ti sembra questo il momento di mangiare?», lo rimproverò Brunella.
«Fidati!», le rispose a bocca piena, «Piuttosto, apri lo yogurt e dammi il cucchiaino e la carota».
Isoardo mangiò solo metà mela, poi, col cucchiaino ne scavò la parte centrale, togliendo i semi. Ci lavorò un po’, fino a che non riuscì a infilare la carota nell’incavo.
Sistemate in questo modo, mela e carota sembravano proprio…
«Un fungo!», constatò Brunella.
Le due parti, però, non rimanevano incastrate.
«Ci vorrebbe la colla», osservò Isoardo.
Brunella ebbe un colpo di genio: si mise un ditino nel naso e ne estrasse una caccola da primato: la più gigante e appiccicosa che Isoardo avesse mai visto, da far impallidire le sue che pure piccole non erano.
Il bimbo la osservò ammirato mentre la depositava sulla carota e attaccava questa alla mela.
Le due parti non si staccarono più.
Completarono l’opera immergendo la carota nello yogurt e mettendone qualche goccia sulla buccia rossa della mela.
A lavoro ultimato, nessuno avrebbe sospettato che quello non fosse un fungo rosso a pallini bianchi.
Lo portarono a Zirbo. Il vecchio cinghiale lo annusò un secondo e lo divorò in un boccone.
«Squisito! Sgrunf!», grugnì soddisfatto, «Eccezionale».
I bimbi lo guardarono in attesa.
«La cosa migliore che io abbia mai mangiato».
«Adesso può fare la magia?», chiese Isoardo impaziente.
«No!»
«Come no! Il fungo glielo abbiamo portato!».
«Sgrunf! Non era un fungo. O pensavate che non me ne sarei accorto?».
«Non ne abbiamo trovato!», si giustificò Isoardo, «E poi le è piaciuto!».
«Vero. C’era qualcosa, un sapore particolare che legava gli ingredienti. Buonissimo! Cos’era?».
«È un segreto», rispose Brunella a bassa voce.
«Ma allora non torneremo mai a casa?», protestò Isoardo.
Zirbo uscì dall’acqua e si avvolse un asciugamano in vita.
«Non ho detto questo». Si avvicinò a un tronco d’albero, sollevo uno sportellino di corteccia e premette un pulsante.
Una lunga fila di luci illuminò un sentiero che si perdeva in lontananza, nella direzione da cui erano arrivati.
«Per fortuna non c’è bisogno di una magia.», spiegò Zirbo, «Sgruuunff! Vi basta seguire le luci e tornerete da dove siete arrivati».
«Ma non era a senso unico?».
«Huuiiin! Scherzetto! Così siamo pari col fungo finto», aggiunse strizzando un occhio.
I bambini sorrisero imbarazzati, quindi lo ringraziarono e salutarono.
Brunella si fermò. Si voltò:
«Ma allora», chiese curiosa, «se non serviva una magia, perché ci ha chiesto un fungo?».
«Oh!», rispose lui, «Avevo solo voglia di mangiare qualcosa di buono! Sgruiinf! E ci sono riuscito! Ah Ah! Ciao, ragazzi!».

Seguendo le luci, sbucarono dal foro da cui erano entrati. Erano di nuovo al parco. Le mamme confabulavano ancora tra loro, non si erano accorte di nulla.
Appena i bimbi si avvicinarono, si interruppero e controllarono l’orologio.
«Oh, ma come passa il tempo! È già ora di pranzo!», disse la mamma di Isoardo.
«Vero!», confermò la mamma di Brunella, «Avete fame, piccoli?».
«Un po’», rispose Brunella.
«Mamma, cosa mangiamo?», domandò Isoardo.
«Oh», rispose la mamma. «Oggi pranziamo tutti insieme. I vostri papà stanno arrostendo bistecche di maiale! Vi piacciono?».
I bimbi si guardarono indecisi.
«Non si potrebbe fare un risotto coi funghi?», chiesero insieme.
Un grugnito divertito esplose in lontananza.
Tutti, tranne due bambini avventurosi, lo scambiarono per un tuono.


Storia inventata insieme a: Giovanni.
Genere: Racconto breve/Fiaba della buonanotte.
Richieste: “Ci deve essere un fungo finto fatto con una mela e una carota”. (Vi giuro che è vero!).

Vincoli: Nessuno.
Scritta per: Bambino di 6 anni.
Tempo di lettura: circa 9 minuti.
Tempo nel parlato: circa 15 minuti.

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