CCCCC

ccccc.jpgAll’ingresso della sala d’aspetto del dottor Ramarro si presentò un grande camaleonte rosa. Salutò educatamente, quindi fece per entrare. Purtroppo era così largo che si incastrò nella cornice della porta. Provò a liberarsi, ma non riusciva proprio ad andare né avanti né indietro.
Si rivolse imbarazzato ai quattro camaleonti seduti nella sala: «Ehm, signori… e signora», aggiunse con un cenno verso l’unica camaleontessa,  «sareste così gentili da aiutarmi?».
I quattro guizzarono in piedi: «Certamente!», risposero. Tutti insieme, non facevano metà del peso dell’altro: erano magri e sofferenti, se li aveste visti, vi sareste meravigliati che avessero abbastanza forza per riuscire a stare in piedi. Invece, due per parte, presero a tirare il ciccione per le braccia:
«Oh, issa!», dicevano per darsi il tempo, ma niente, il poveretto rimaneva incastrato.
«Più forte che potete!», urlò uno dei quattro. «Al tre! Uno, due, TRE!».
L’ultimo strattone fu così forte che il poveretto venne via insieme alla cornice della porta e cadde lungo disteso sopra i quattro soccorritori.
Si rialzarono a fatica.
«Ohi ohi!», diceva uno.
«Pensavo di soffocare sotto quella ciccia!», si lamentava l’altra.
«Sono mortificato», si scusò lui, mentre cercava di rimettere a posto la cornice della porta.
«Permettetemi di ringraziarvi offrendovi un po’ di questo». Dalla borsa frigo che portava con sé estrasse una bottiglia e dei bicchieri che porse ai quattro.
Ci versò dentro un liquido rossastro: «Bevete, lo faccio io. È succo di moscerini della frutta di prima qualità!».
Gli altri assaggiarono:
«Eccellente!».
«Si sente il sapore della mela marcia, del fico d’india digerito!».
«E il croccantino delle zampe di moscerino. Fantastico».
Ne furono così entusiasti, che il tizio ne offrì un altro bicchiere.
«Allora, signori. E signora», cominciò. Si sedette su due sedie perché in una ci stava a malapena una chiappa. «Anche voi dal dottore?», chiese.
I quattro annuirono con aria triste.
«Oh, ma, che sbadato, permettetemi di presentarmi: piacere, Augusto Tremponi».
Gli altri si presentarono a loro volta, cominciò il camaleonte più magro di tutti: «Albino Bianchi, molto lieto». Era così pallido che sembrava ritagliato da un foglio bianco e così magro che se starnutiva troppo forte volava via.
«Fulvio De Kuaddis, onoratiffimo», disse un camaleonte marroncino dall’aspetto distinto. Ai piedi – be’, alle zampe posteriori, per l’esattezza – aveva stivali lunghi e un copricapo da fantino. Parlava a fatica, mentre con una mano si massaggiava una guancia gonfia: «Scusci la mia pronunfia, ma sa ho un mal di denti che non le dico!».
«Salve, Luisa  Aristanis», salutò la camaleontessa. Era di una splendida tonalità di azzurro e indossava un paio di occhiali tondi dalle lenti spesse.
«Robi Coppi, buongiorno», disse l’ultimo. Sembrava dentro un’armatura metallica, verde scintillante.
Tremponi li scrutò qualche secondo.
«Anche voi soffrite di blocco mimetico idiopatico?».
«Eh?», chiese Robi.
«Fignifica che non viusciamo più a mimetizzavci, che non viusciamo più a cambiave colove», spiegò De Kuaddis paziente.
«Oh, è questo? Be’ sì, da una vita», confermò Albino, «Sono sempre stato bianco. Solo bianco!». Chinò la testa e pianse.
«A me è successo all’improvviso», rispose Lisa «Un minuto prima riuscivo ad assumere tutti i colori, il minuto dopo… azzurro, come mi vede ora. E basta!».
«Su, su», li rincuorò Tremponi, «Il dottor Ramarro è il migliore, vedrete che riuscirà a risolvere i nostri problemi».
«Perché?», chiese Luisa sospettosa, «Anche lei ha lo stesso problema? Mi scusi se mi permetto, ma non si direbbe».
«Ah, ah!», rise Tremponi, «Perché sono… un po’ corpulento?».
«Be’… sì!».
«Oh oh! Ma è proprio questo il mio problema. Le spiego: vede il mio colorito roseo? Ecco, si dà il caso che sia la sfumatura di rosa tipica della pelle degli umani di queste parti».
«E allora?», chiesero quattro voci.
«Avete presente le mosche normali? Quelle marroncine e con gli occhi rossi, non troppo grandi né troppo piccole? Ecco, quelle lì, nessuno ha mai capito perché, sono attratte irresistibilmente dalla pelle umana. Non fanno altro che posarcisi sopra, ci camminano zampettando fino a che gli umani si danno uno schiaffone cercando di prenderle. Non ci riescono mai, forse è questo che le fa divertire».
«Continuo a non capire», disse Robi perplesso.
«Si posano su di me! A frotte, a stormi, decine di mosche che mi passeggiano sopra. Un fastidio!».
«Caspita!», commentò Luisa.
Tremponi proseguì: «Il fatto è che io non sono un umano, sono un camaleonte! Ho una lingua lunga così e appiccicosa e non ho certo problemi a usarla. Insomma, quando mi si avvicinano le catturo. E le sgranocchio. Oh, sono buone, eh! Però, mangia una, mangia l’altra, eccomi ridotto come mi vedete». Fece una smorfia triste: «Chiederò al dottor Ramarro di sbloccarmi il mimetismo, e se non ci riesce, almeno di farmi cambiare colore. MI vorrei verde a pallini rossi. Nessun umano ha questi colori. Così, le mosche non mi assedieranno più», concluse fissando il vuoto.
Albino spalancò gli occhi: «No, guardi, non faccia questo errore! Meglio un po’ cicciottello che soffrire la fame! Guardi me! Sono così bianco che non riesco a mimetizzarmi da nessuna parte. Sa che fatica riuscire a catturare anche una sola mosca comune?».
«Oh, mi dispiace!», rispose Tremponi comprensivo.
«Per un pezzo mamma e papà mi hanno procurato pranzo e cena. Poi, quando sono andato a vivere da solo, sono cominciati i problemi: riuscivo a catturare senza difficoltà solo le mosche bianche, perché in mezzo a loro non davo nell’occhio. Ma lei sa quanto sono rare le mosche bianche?».
«No, tanto?».
«Tantissimo!  C’erano delle volte che rimanevo a digiuno per giorni! Per riuscire a sfamarmi mi sono allenato duramente. Ho studiato le mosche, tutte le specie; so tutto di loro. Ora le batto in velocità e furbizia. Anche se sono ancora troppe quelle che mi scappano. E io ho sempre fame», concluse Albino, e fissò il vuoto anche lui.
«Ah, la capisco!», intervenne Robi, «Ho un problema molto simile al suo. Vede come sono?». Fece una piroetta su sé stesso. Il suo corpo scintillava di riflessi verdi metallici.
«Incredibile», commentò Luisa. «Come fa? Io non sono mai riuscita a tingermi di quei colori».
«Eh, eh!», si schernì Robi, «Una dote naturale. Il fatto è che, come voi, da un po’ di tempo non riesco più a cambiare colore. E così conciato, non dico che mi manchi il cibo, però…».
«Però?».
«Però riesco a catturare solo i mosconi. Quelli grandi, verdi metallizzati! Quelli che hanno un sapore disgustoso, perché mangiano esclusivamente…».
«Cacca!», concluse per lui Luisa.
«Esatto!», confermò Robi fissando il vuoto.
Era il turno di Luisa: «Ah, non la invidio proprio.». Si tolse gli occhiali spessi, alitò sulle lenti e le pulì con un fazzoletto. «Il mio caso è diverso. A me piace tantissimo nuotare. Lo faccio ogni giorno, al fiume.  Dovreste provarci, è una pacchia: è pieno di insetti di ogni tipo. Non solo mosche, di tutto: tenere larve di zanzare, piccanti libellule… Ah, e i gerridi croccanti? Che soddisfazione catturarli mentre planano sull’acqua. Io aspetto, in immersione, grazie al mio colore azzurro sono completamente invisibile.  Così, appena loro, ignari, mi passano sopra, sparo la lingua e… TAAAC! Ah, che bontà».
«Ah, non ho mai sentito di un camaleonte o di una camaleontessa che sapesse nuotare. Bravissima!», si complimentò Tremponi.
«Grazie. Però ho un grave problema», rispose Luisa. «Questi», mostrò gli occhiali.
«Io non ci vedo quasi nulla, e sott’acqua non posso usare gli occhiali. Perciò, quando scorgo qualcosa che si muove, faccio scattare la lingua. A causa di questo ho avuto alcuni spiacevoli incidenti con gli umani».
«Cioè?».
«Agli umani piace pescare. E per pescare usano degli strani oggetti attaccati all’amo. Li chiamano “mosche finte”. Somigliano tantissimo alle mosche vere, soprattutto se quando le guardo non ho gli occhiali! Insomma, in più di un’occasione, mi sono ritrovata presa all’amo. Sono riuscita a liberarmi, ma non vi dico il dolore. Guardate!».
Luisa aprì la bocca e mostrò molte cicatrici sulla lingua e all’interno delle guance.
«Terribile!», dissero gli altri quattro in coro.
«Quanto mi sono impegnata per riuscire a diventare di questo bell’azzurro!», concluse Luisa, «E ora che vorrei cambiare colore, non ci riesco!». Fissò il vuoto e i suoi occhi si inumidirono di lacrime.
«Gentile fignova», intervenne De Kuaddis, «Le fue tremende cicatvici mi fanno pensave al dolove che pvovo ogni volta che pavlo».
«Che le è successo?», chiese Tremponi con aria preoccupata.
«Come fedete, il mio colore ripvende in tutto il nobile manto del mio amico Rimbò, uno stupendo cavallo baio col quale convivo da anni. Lo aiuto a combatteve quei pavassiti che vispondono al volgave nome di, ehm, “mofche cavalline”».
«Quelle mosche durissime?», domandò Robi.
«Duvissime? Di più!», confermò De Kuaddis, «Mangiavle è come masticave semi di albicocca».
«Ma chi glielo fa fare?», chiese Albino, «Se proprio vuole aiutare il suo amico, le uccida e basta. Non le mangi».
De Kuaddis lo guardò triste: «Ma mi scusi, propvio lei me lo dice? Anch’io ho il blocco del mimetifmo. Come penfa che possa catturare mofche diverse dalle mofche cavalline se sono bloccato su quefto colove? Mi mimetizzo folo sul manto di Rimbò». Si voltò di lato e fissò il vuoto.
Il silenzio durò qualche minuto, i cinque poveretti riflettevano ciascuno sulla propria vita sfortunata.
Poi fu come se Tremponi prendesse una scossa:
«Signori!», urlò infervorato, «E signora! Ho la soluzione! Seguitemi!». Si alzò a fatica dalle due sedie e si incastrò nuovamente nella porta nel tentativo di uscire.
Gli altri si guardarono l’un l’altro, incerti sul da farsi.
«Il dottor Ramarro può attendere», urlò Tremponi, «Venite con me e vi prometto una fornitura a vita di succo di moscerino!».
I quattro balzarono verso la porta con una velocità tale che colpendo le chiappe di Tremponi lo fecero schizzare fuori.
Quando il dottor Ramarro aprì la porta del suo studio, invitando il primo paziente ad entrare, si accorse con stupore che la sala d’attesa era deserta.
«Strano», disse, prima di urlare di rabbia accorgendosi che la porta era stata abbattuta.

I nostri cinque amici non poterono sentire quelle urla, perché erano già lontani, Tremponi aveva spiegato agli altri il suo progetto e li aveva convinti subito.
Levando il bicchiere di succo di moscerino, Tremponi urlò trionfante:
«Brindiamo alla nostra nuova società: la CCCCC, ovvero Cinque Camaleonti Che Cacciano Collaborando!».
«Alla CCCCC!», urlarono tutti.
Fu così, cari bambini, che da un incontro casuale nacque un’idea che aiutò cinque camaleonti ad avere una vita migliore. Perché qualche volta, per risolvere un problema, basta, semplicemente, collaborare, aiutarsi a vicenda.
E ora che vi ho spiegato la morale, direi che possiamo mettere la parola fine a questa storia.
Buonanotte, piccoli, sogni d’oro…

Come?
Che dite?
Piano, uno alla volta!
Volete sapere cos’è la CCCCC?
Oh, che sbadato, avete ragione!
Ecco, l’idea di Tremponi era molto semplice e funzionò alla grande: aveva pensato che ciascuno dei cinque amici avrebbe potuto collaborare con gli altri per rendere la vita di tutti loro più comoda.
Così:

  • Tremponi mantenne il suo colore rosa che tanto piaceva alle mosche, ma non se le mangiava tutte: lasciava che fossero i suoi amici a liberarlo dalle fastidiose ospiti, così che loro mangiassero un po’ meglio e lui un po’ meno.
  • Albino, dall’alto della sua conoscenza delle mosche, faceva lezioni di caccia a tutti loro. Col tempo divennero tutti e cinque predatori infallibili.
  • Luisa insegnò a tutti a nuotare, così che potessero cacciare in più territori. Infatti non c’erano solo le acque azzurre. C’erano anche le acque melmose marroncine, dove De Kuaddis pescava benissimo. O le acque cristalline e dai riflessi sfolgoranti dove Robi Coppi andava alla grande.
  • Robi faceva spesso da esca per la caccia degli amici, perché i suoi riflessi metallici abbagliavano le mosche e le confondevano e a quel punto era più facile, per gli altri, catturarle.
  • De Kuaddis, grazie alle prede che divideva con gli amici, non aveva più bisogno di mangiare le mosche cavalline. In compenso, lui e gli altri, tenevano pulito Rimbò eliminando tutti i fastidiosi parassiti. Rimbò li ricompensava portandoli in groppa in qualunque posto volessero andare.

La loro società fu un successo tale che presto catturarono molte più mosche di quante ne potessero mangiare.
Oggi la CCCCC ha seimila dipendenti e spedisce mosche fresche nei sette continenti. Infatti nel mondo, tra camaleonti e altri animali, ci sono estimatori di tutti i tipi di mosche, cavalline e mosconi della cacca compresi!
Il loro mercato più ricco è l’Antartide, dove, essendo rarissime, sono disposti a pagarle a peso d’oro.
Pochi mesi fa, il bravissimo dottor Ramarro ha trovato una cura per il blocco mimetico idiopatico, ma Augusto, Fulvio, Luisa, Robi e Albino, se chiedi loro se vogliono curarsi, rispondono con una lunga, colorita risata.

FINE

 


La storia è stata inventata insieme a una bambina di dieci anni. Le richieste erano molteplici: dovevano essere presenti camaleonti, mosche e – ciliegina sulla torta – ha voluto scegliere alcuni nomi dei protagonisti utilizzando parole nel suo dialetto.

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