Il primo volo di Dvardov

Primo_volo_DvardovAppollaiato sui rami più alti della più alta betulla nella collina più alta delle Higlands Scozzesi, Dvardov guardava di sotto: il terreno era così distante che visto da lì sembrava di guardare una mappa di Google. Le vertigini gli facevano girare la testa.
«Cuoraggio!», gli disse il papà, «Devi solo buttare te suotto».
Era proprio quello che Dvardov non riusciva a fare: era troppa la paura di precipitare e spiattellarsi al suolo. Il papà glielo lesse negli occhi. Guardò il piccolo con aria comprensiva: «Sei capuace, tranquillo».
Con una zampetta si pizzicò l’abbondante pelle sotto l’ascella: «Vedi questa? Noi chiama membrana alare. Tutti scoiattoli volanti hanno lei!».
Solleticò Dvadorv: «Tu hai lei?», gli chiese. Dvardov ridacchiò.
«Oh, ecco lei!», disse il papà tirando la membrana alare del piccolo.
Gli carezzò la testa: «Questa permette te di volare! Cuoraggio, allora!».
Il papà gli diede una pacca sulle spalle, Dvardov quasi perse l’equilibrio, si aggrappò a lui terrorizzato.
«Non sono ancora pronto!», piagnucolò.
«Si, tu è pronto da muolto tempo!».
«No!».
«Sì!».
«No, no no!».
«Sì sì sì!», ribadì il padre. Sospirò scuotendo la testa: «Ah, quando capitato me, in terra di tuoi nonni, in Siberia, mio papa avuto muetodo infallibile per convincere me a vuolare».
Dvardov sbuffò: «Uff! Ancora con ‘sta storia della Russia. Papà, siamo in Scozia da un sacco di tempo, ormai! Io sono nato qui, non sono mai stato in Russia e il russo manco lo capisco!».
Il papà lo guardò con gli occhi umidi: «Ah, no puoi capire. Siberia manca me. Muolto».
Dvardov era contento che avessero cambiato argomento, lo assecondò, sperando di rimandare il più possibile il momento del primo volo.
«Cosa ti manca di più?».
«Muolte cuose! Muanca frueddo! Muanca neve alta tre metri!».
«Freddo polare e neve. Ma che bellezza!», commentò Dvardov ridacchiando.
«Ridi, ridi, giuovane sciuocco!».
«Ma dai, pa’! Ti mancano gelo e neve. Sono cose strane, per uno scoiattolo! Noi andiamo in letargo, in inverno».
«Oh, se per questo, cosa che più muanca me è ancuora più strana. Più di tutto manca… manca…».
«Cosa?», domandò Dvardov curioso.
«Manca tigre di Siberia!».
Dvardov lo guardò stupefatto: «Ma… le tigri mangiano gli scoiattoli volanti», gli fece osservare.
«Appunto! Oh, io detto, tu no puoi capire!». Gli fece un cenno con la zampa, come a dire “lascia perdere”. «Qui niente tigri!», proseguì ,«Niente orsi! Niente di niente! Predatori pericolosi? Pfft!».
«Be’ ci sono i cani selvatici».
«Uah ah!», rise di gusto il papà. «Ridicoli yorkshire, rognosi chihuahua! Uah ah! Chiami predatori quelli?».
«Ma ci sono anche cani più grandi, ci sono…», Dvardov cercò di ricordare il nome di quel grosso cane che aveva visto spaventare un gregge di pecore, tempo prima.
«Guarda, la sotto!». Il papà indicava il terreno. «Vedi? Quello è tuo predatuore scuozzese! Ah uah!».
Sotto di loro, stava appunto passeggiando un gatto. Anche da lassù, Dvardov si accorse che era un individuo particolare: molto grande e a giudicare dai fianchi larghissimi, anche piuttosto ciccione; grigio chiaro a fitte macchie scure, il pelo gli mancava per una lunga striscia che partiva dalla schiena e terminava quasi sulla punta della coda, dove invece manteneva un vezzoso pomponcino di pelo bianco.
«Ehi tu!», lo chiamò il papà.
«Che fai pa’, zitto!», bisbigliò Dvardov.
«Cuosa, zitto? Guarda lui! Puatetico ciccione ruognoso».
Il gatto si fermò, accennò a guardare verso di loro, ma ci ripensò e riprese a camminare.
SPLAF!
Un lampone gli si spiaccicò in testa. Il gatto sussultò e si fermò di nuovo.
«Uha ah! Preso! Guatto stupido e incapace. Mieuw». Il papà scimmiottava un ridicolo miagolio.
«Pa’, basta! Lo stai facendo arrabbiare!».
«Cuosa importa me? Cuosa lui fa noi se arrabbia? Vedi quanto ciccione? Se prova a raggiungere noi lui viene infuarto!».
Lanciò con forza una nocciola.
STUNK!
Un tiro perfetto, lo colpì tra le orecchie.
«Meow!», si lamentò il gatto. Si avvicinò al tronco della betulla e posò le zampe davanti sulla corteccia. Poterono vedere bene il suo brutto muso: una profonda cicatrice partiva dalla bocca, gli solcava una guancia e gli attraversava l’occhio. In realtà l’occhio non c’era più, al suo posto faceva bella mostra una biglia di vetro colorata.
«Cerchi rogna, vecchio?», chiese allo scoiattolo impertinente. La sua voce era rauca e cavernosa, a Dvardov vennero i brividi sentendola.
«Ruogna? Se la ciuerco, tu sei quello giusto per darmela, pussimao ruognoso!».
Fece il terzo lancio, con la consueta maestria.
PLINK!
Una grossa noce rimbalzò proprio sopra la biglia di vetro.
«GRAUUUR!», ruggì il gatto. «Se lo rifai, sei morto!».
«Pa’, ti prego, basta!», lo implorò Dvardov, «Così rischiamo di farci molto male!».
«Quale muale!», rispose il papà, «Guatto rognuoso, cacasuotto, ciccione e imbranato. Guarda cuosa faccio lui!».
Il papà teneva sopra la testa una…
«Una noce di cocco?», chiese Dvardov incredulo. «Dove l’hai trovata? Ma… no! Aspetta!».
Il papà fece per lanciarla contro il gatto, ma il peso del frutto era tale che si sbilanciò in avanti. Nel tentativo di riprendere l’equilibrio mulinò freneticamente le braccia lasciando cadere la noce di cocco. Dvardov si precipitò a cercare di sostenerlo ma era troppo lontano. Con un mezzo urletto il papà cadde dal ramo.
Fece alcuni metri in caduta libera, poi distese le membrane alari e planò verso una betulla vicina.
Il gatto però non si era accorto che il suo provocatore aveva cambiato albero, perché già si stava arrampicando a grandi balzi sulla betulla in cui Dvardov, solo e terrorizzato, non aveva alcuno scampo di sopravvivere alla sua furia. Saliva come un fulmine, digrignava i denti e soffiava, minacciava e rideva:
«Sei mio, scoiattolo impertinente! Ti mangerò piano piano, fetente!».
«Dvardov! Tu può vuolare! Cuoraggio!».
«Non posso, papà, aiutami!».
«Da qui io no può aiuta te! Io planato più basso te! Salta o muorirai. Ti prego Dvardov, fallo per tuo vecchio che no può vivere suolo in terra straniera, senza neanche cuonforto di figlio!».
Il gatto era ormai a un passo, Dvardov poteva sentire gli artigli incidere la corteccia, un ultimo balzo e l’avrebbe ghermito.
«SEI MIIOOOAAAAOOO!», gridò il gatto gettandosi verso di lui con gli artigli sfoderati e la bocca spalancata.
Dvardov saltò.
Dietro di sé udì lo schiocco della mandibola del felino serrarsi a mordere il vuoto.
Nei primi istanti di caduta ebbe la sensazione di stare dimenticando qualcosa. Ci dovette pensare:
«Le membrane!», urlò, «Le devo aprire!».
Dispiegò le sue pelose membrane alari e cominciò a planare.
Fu un’emozione bellissima, un senso di gioia e libertà assoluta. Si rese conto che riusciva anche a manovrare, a cambiare direzione. Si diresse verso l’albero dov’era il papà. Eccolo lì… un’aggiustatina all’assetto, una virata a sinistra e…
SBEM!
Si schiantò sul tronco. Il papà lo raccolse e lo abbracciò forte:
«Vuedi che tu riuscito? Devi suolo migliorare un puo’ l’atterraggio!».
Dvardov, nonostante il forte mal di testa, sfoderò un sorriso gigantesco.
«Oh», aggiunse il padre, «Adesso può dire te perché chi manca più me è tigre di Siberia».
«Perché?», domandò Dvardov ancora rintronato.
Il papà lo guardò fisso: «Uhaha! Perché fatto fare me mio primo vuolo! Come Antuono fatto con te!».
Si voltò a guardare il gatto che si era sdraiato placido a prendere il sole sul ramo alto in cui poco prima era Dvardov.
«Grazie, Antuono!», gli urlò.
Antuono sollevò la coda e fece delle fusa così forti che si sentivano da lì:
«Figurati, vecchio!», gli rispose, «Ti dovevo un favore».
«Ah, ma dunque era tutta una finta!», disse Dvardov un po’ sollevato e un po’ arrabbiato.
Il padre lo guardò in modo strano: «Oh… a dire vuero non so… Antuono aduora scoiattoli vuolanti. Uhaha! Ma che impuorta, ora?».
«Per la verità un po’ mi importa».
«Ma no! Ormai tu è grande! Ormai voli! Solo questo cuonta! Vieni, dobbiamo festeggiare con succo di nocciula!».
Si prepararono a volare verso casa.
Dvardov si ricordò una cosa: «Pa’!», disse, «Ho solo un’altra domanda».
«Dimmi, figlio».
«Ma la noce di cocco, dove l’hai trovata?».
Il padre lo guardò  ma non rispose. Saltò giù, la sua forte risata riecheggiò in tutta la foresta.

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