Cuore di gatto

cuore_di_gattoNel silenzio dello spazio, trillò una sveglia: dentro un gigantesco uovo metallico, un robot si ridestò dopo mille anni di sonno.
«Yaouhunn!», sbadigliò. Si alzò dal letto e si preparò la colazione. Inzuppò un paio di televisori nel gasolio caldo e li mangiò a grandi morsi. L’oblò dell’astronave mostrava solo buio e stelle lontane.
«Accidenti!», si lamentò, «Ancora niente! Troverò mai un pianeta dove atterrare?».
Prese a camminare in tondo.
«Ah, ma mi vendicherò!»,  rimuginava digrignando robo-denti d’acciaio.
«Chi mi ha cacciato via dalla mia casa me la pagherà! Quanto mi manca M3t4ll0, il mio pianeta! I suoi fiumi di ferro fuso, i boschi di pali elettrici, le spiagge di viti e bulloni!».
Strinse un robo-pugno: «Mi hanno arrestato e cacciato, solo perché volevo diventare l’imperatore assoluto!».
Allargò le robo-braccia: «Solo per aver bombardato tre robo-città, che sarà mai!».
Afferrò un cannocchiale e scrutò lo spazio: «Esiliato! Condannato a vagare per sempre tra le stelle! Ah, ma mi vendicherò! Oh, capperi, ma cos’è quello?».
Il robot si interruppe: aveva appena visto una globo azzurro ciondolare placido nel buio, in compagnia di una sferetta grigia più piccola che gli girava intorno.
«Un pianeta!», gridò, «Finalmente!». Corse ai comandi e manovrò per cambiare rotta.
Ben presto sarebbe atterrato. E allora…

*

Nel frattempo, in una piccola regione boscosa, sul globo azzurro, la notte stellata rischiarava la foresta innevata.
Romiao vagava in cerca di un posto dove potersi riposare. Dormire, se non al calduccio, almeno all’asciutto.
La sua tana era stata distrutta dal crollo di un albero, venuto giù per il peso della troppa neve sui rami.
Eh, sì, la vita non è facile, quando sei un gatto selvatico, soprattutto in un inverno rigido come quello.
Romiao avanzava circospetto, infilando il naso in ogni anfratto, in qualunque buco nel terreno ghiacciato che potesse nascondere un rifugio al coperto. Ogni volta era una delusione: quando il buco non era troppo piccolo, era già occupato.
In uno trovò una volpe: lei ringhiò e lo cacciò via in malo modo.
In un’altra tana riposava un istrice. Gli bastò sentire il suono sinistro dei suoi aculei che strisciavano tra loro, per scappare via a zampe levate.
Sbirciando nel terzo anfratto, scoprì che era occupato da una famiglia di conigli. Papà coniglio si avvicinò a Romiao tremante di paura: «La prego, signor gatto, non ci mangi!», gli disse. «Io e mia moglie abbiamo diciassette figli da mantenere. La mia tana è sua. Ci dia solo il tempo di uscire».
Romiao non lo fece finire. Scosse la testa: «Non preoccuparti, amico. Non ho fame». E se ne andò nel buio della notte gelida: non se la sentiva proprio di sfrattare quelle bestiole, sapeva cosa significava vivere al freddo e nessuno lo meritava.
«Eh, Romiao, hai il cuore troppo tenero!», si disse alzando la testa ad ammirare il cielo stellato. Che spettacolo, le stelle. Gli erano sempre piaciute, sarebbe rimasto ore a guardarle. Quasi le preferiva alla luna…
«Be’ non esageriamo», si corresse. Ricordò tutte le volte che la luna gli aveva ispirato versi di poesie d’amore da miagolare a qualche micetta carina per conquistarla.
«Eh, la luna è la luna, ma anche le stelle sono belle. Ecco, vedi Romiao? Hai appena fatto una rima!». Miagolò divertito.
«Ma come faranno poi,», si chiese, «a rimanere sospese nel cielo, sempre ferme, sempre nello stesso punto, immobili. Oh, ma…». Si interruppe perplesso: una delle luci nel cielo non sembrava affatto immobile. Anzi, si spostava veloce. Le spuntò una coda fiammeggiante.
«Che stella strana», si disse. Si avvicinava, diventava sempre più grande e luminosa. La notte fu rischiarata a giorno, un istante prima che la stella colpisse il suolo con un BA-RABABAUM spaventoso. Era caduta poco lontano, abbattendo parecchi alberi.
Romiao era impaurito, ma le stelle sono luminose, e dove c’è luce c’è caldo. Si diresse di corsa verso la strana stella caduta.
Nel punto d’impatto c’era un cratere fumante. Romiao si avvicinò al bordo della voragine: nel fondo si scorgeva una specie di super uovo annerito dalla fuliggine.
«E quella sarebbe una stella?», si disse deluso. «Ma è spenta!».
L’uovo fece alcuni strani rumori, si accesero mille luci sulla sua superficie e si aprì. Romiao si acquattò nell’ombra, era troppo curioso per scappare.
Dall’uovo emerse un… cos’era? Sembrava un umano, ma era gigantesco, e di metallo. Nel centro del petto aveva una luce rossa che brillava dietro un pannello trasparente.
A Romiao ricordò il camino davanti al quale si acciambellava da cucciolo, nel breve periodo in cui aveva vissuto con gli umani. Era una vita comoda, ma non faceva per lui, a lui piaceva vagare libero per i boschi.
Per quanto, un bel fuoco, in quel momento, non gli sarebbe certo dispiaciuto.
«Uhm, lì dentro deve esserci mooolto caldo!», si disse.
Ignaro dello spettatore, il robot si alzò in piedi, quasi incredulo di non essersi rotto nulla nel brusco atterraggio. Si spolverò l’armatura e cominciò a parlare tra sé: «Un pianeta, finalmente!», disse, «Sembra abitato da creature rozze e molli: alberi, animali. Che me ne faccio? Cambierò tutto, scaverò miniere dappertutto, estrarrò metallo. Ferro, oro, rame, titanio, stagno! Viva i metalli! Ricoprirò tutto di metallo, anche gli oceani! Spazzerò via boschi, laghi, spiagge e città. Niente che non sia fatto d’acciaio potrà vivere qui, quando avrò finito! Ricostruirò il pianeta da cui sono stato cacciato! Creerò catene di montaggio per fare altri robot come me. Ne farò un esercito, e con loro andrò a vendicarmi di chi mi ha cacciato dal mio pianeta. Mi hanno mandato via perché sono cattivo? Dimostrerò loro quanto posso essere cattivo!». La sua forte risata aveva il rumore di una motosega che gratta sulla carrozzeria di un’automobile.

Romiao non capiva nulla della minacciosa declamazione del robot. Lui sperava solo di trovare un rifugio caldo. Con un balzo, riuscì ad aggrapparsi a un robo-ginocchio senza che il… proprietario se ne accorgesse: il micio, al suo confronto, era poco più grande di una zanzara, e il gigante d’acciaio era troppo impegnato a immaginare la sua vendetta.
Il gatto dalla gamba si arrampicò fino al petto. Le unghie scivolavano sul liscio acciaio, si aggrappava come poteva a bulloni e piccole sporgenze. Giunto davanti alla luce, sfoderò la sua unghia apriscatole e la infilò in una serratura che chiudeva lo sportellino nel centro del petto.
«Evviva!», gridò Romiao quando un CLICK confermò che era riuscito a forzare la serratura. Il pannello scivolò verso l’alto, il felino si infilò nell’apertura.
Si trovò davanti un ostacolo imprevisto: un intreccio fitto di fili sottili gli impediva di avvicinarsi alla luce rossa e al suo tepore.
«C’è da dare una sfoltita!», si disse risoluto.

«Ma cos’è questo strano solletico?», si domandò il robot quando Romiao, sfoderati gli artigli affilati come rasoi, cominciò a tagliare fili colorati a destra e a manca.
I cavi recisi sprizzavano scintille e facevano fumo, ma Romiao non desistette e continuò. Ad ogni cavo spezzato, il robot avvertiva una scossa: saltellava, balbettava.
«Aiuto!», gridò. Si sentiva sempre più strano.
Per dire: Romiao tagliò un filo giallo e la creatura metallica si sentì allegra.
Il gatto tagliò un filo blu e il robot improvvisò un balletto.
In pochi secondi Romiao si era liberato la strada, poteva finalmente accucciarsi al caldo della luce. Però, tutti quei fili recisi, che spreco! Li poteva riutilizzare!
Gli venne un’idea, cominciò a annodarli insieme: unì un filo verde con uno viola e il gigante d’acciaio provò l’impulso di fare una gigantesca palla di neve da lanciare contro la montagna più vicina.
Il gatto annodò un filo fucsia a uno nero e il robot provò un’improvvisa vergogna per tutte le sue malefatte.
Quando Romiao terminò, si era fatto un’amaca di fili elettrici sulla quale si sdraiò a godersi il meritato, caldo riposo.
Ma… che strano, la luce era cambiata: non era più rossa, era di un intenso blu.

Anche il robot si sentiva cambiato. Quel senso di peso e fastidio che, da quando aveva ricordo, premeva sul suo petto, era improvvisamente svanito.
Si sentiva… si sentiva bene!
Si guardò intorno, accese gli occhi: come potenti lampade illuminarono la foresta.
«Questo posto è bellissimo!», disse convinto. Come aveva fatto a non accorgersene prima? Come aveva potuto pensare di distruggere quel paradiso?
«Cosa mi è successo?», si chiese.
La sensazione nuova sembrava giungere dal pannello elettronico principale, quello che aveva nel petto. Allungò il collo a dismisura per sbirciarci dentro: vide il gattone che ronfava, dondolandosi placido su un’amaca colorata.
Dunque era successo questo? Quel quadrupede aveva sbrogliato un groviglio nel suo petto e questo lo aveva fatto cambiare?
Capì che la sua malvagità risiedeva nel gomitolo di cavi di corrente che Romiao aveva distrutto. E per la prima volta da quando era nato, tremila anni prima, si sentì felice e sereno.
Realizzò che fino a quel momento aveva sbagliato tutto: avevano fatto bene a mandarlo via dal suo pianeta, perché era stato proprio cattivo. Ma, ora che il gattone aveva tagliato e aggiustato i fili guasti al suo interno, cominciava la sua nuova vita.
Il robot, che conosceva milleottocentosettantanove lingue e dialetti, tra le quali anche quella dei gatti, propose a Romiao di accompagnarlo in un viaggio di esplorazione in lungo e in largo di quel pianeta bellissimo. Il gatto accettò entusiasta, stava troppo bene lì dentro!

Il robot non perse tempo, accese i razzi nelle robo-scarpe e decollò. Tra i fischi del vento e il boato dei motori, il gigante di metallo riusciva a distinguere una vibrazione lieve che partiva dal suo petto: era il ronzio delle fusa di Romiao, il suo nuovo, piccolo, cuore peloso.

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