Una luce nel buio

Era una notte calda e senza luna.
Un gatto lungo e atletico, sdraiato sul ramo/letto della sua casa sull’albero, sonnecchiava placido.
Fosse stato per lui, avrebbe di certo continuato fino al mattino, ma una sinistra risata lo ridestò bruscamente.
Si guardò intorno, spaventato e ancora intontito dal sonno. Le risate continuarono, si moltiplicarono. Erano le iene: appena una cominciava a ridere senza motivo, tutte le altre la seguivano e nessuno più nella savana riusciva a dormire. Per fortuna si udì un barrito lontano: «Silenzio!».
Il gatto riconobbe la voce di Eloisio, l’elefante più grosso e nervoso della zona.
«Se non la piantate subito vengo lì e uso la mia proboscide per farvi girare come yo-yo!».
Le iene ammutolirono.
«Grazie Eloisio!», disse il gatto riconoscente.
«Chi sei?».
«Edo, il gatto».
«Be’, Edo, zitto  anche tu!», barrì Eloisio.
Edo si zittì subito, meglio non sfidare l’ira di un pachiderma assonnato.
Nel silenzio ritrovato, il gatto sprimacciò il cuscino di piume di struzzo, si tirò un lenzuolo di foglie fin sopra il collo e provò a riaddormentarsi.
Ma dopo essersi girato e rigirato nel ramo, capì che non c’era verso: non riusciva a riprendere sonno.
Che fare? A dir la verità, lui aveva un rimedio infallibile per addormentarsi: gli sarebbe bastato leggere qualcosa. Però l’oculista gliel’aveva proibito. Era stato chiaro: già portava gli occhiali, e leggere al buio gli avrebbe fatto sforzare troppo la vista, sarebbe potuta peggiorare.
“Oh, basta con queste storie!”, brontolò tra sé, “È un’emergenza. Se non leggo, passo il resto della notte senza chiudere occhio”.
Allungò una zampa verso il ramo/mensola che ospitava un sacco di volumi e ne prese uno a caso.
«Dunque, questo qual è?», si chiese. «Ah, “Il gatto con gli stivali”. Sì, va benissimo».
Inforcò gli occhiali, lo aprì e cominciò a leggerlo nell’oscurità quasi assoluta.
In quelle condizioni non era facile neppure per lui: si sa che i gatti vedono benissimo al buio, ma le letterine così piccole gli facevano incrociare gli occhi.
Lesse per un pezzo, però il sonno non ne voleva sapere di tornare. In compenso, la luce aumentò all’improvviso.
Possibile che fosse già l’alba?
No, era una sfera di luce intensissima, si muoveva tra rami e foglie, si avvicinava a lui.
“Che sia un umano?”, si chiese Edo scrutando la luce allarmato.
Si preparò a scappare, ma quando la luce fu a pochi metri, si rassicurò: era piccola, e volava ronzando.
Gli passò a fianco. Solo allora la riconobbe per quello che era: una lucciola!
Come riusciva ad emettere un bagliore così forte? Era un fenomeno, doveva essere senz’altro campionessa mondiale di luccichio!
Eppure… Edo si accorse che c’era qualcosa di strano, il volo era incerto e esitante, sembrava non sapesse dove andare. La vide sbattere contro il tronco di un albero:
«Ahia!», disse con un vocina acuta e potente, da cantante d’opera. «Mi scusi!», aggiunse subito dopo.
Si scusava con gli alberi? Non doveva stare troppo bene!
Edo la seguì con lo sguardo: volava a zig zag e ogni  tanto urtava qualche ostacolo, si fermava un attimo e riprendeva il volo.
Il gattone ormai non aveva più sonno, incuriosito decise di seguirla, balzando da un ramo all’altro.
Ma che faceva, quella matta? Andava verso il fiume, il posto più pericoloso là intorno.
«Aspetta!», le disse.
La lucciola si fermò: «Chi ha parlato?», domandò.
Edoardo agitò una zampa: «Io, sono qui!».
«Qui dove? Non vedo nessuno», rispose la lucciola.
Svolazzò in basso, si posò su quello che pareva un tronco adagiato sulla riva del fiume. «A dire la verità, non vedo nulla di nulla, questa luce mi abbaglia!», aggiunse.
Edo non capiva: «Se la luce ti abbaglia, puoi sempre spegnerla, non sei tu che la fai?».
La lucciola borbottò qualcosa.
«Oh, ma come avrò fatto a non pensarci!», rispose in tono ironico, «Aspetta la spengo!».
Fu di nuovo il buio.
«Ecco!», urlò, «Così sì che ci vedo bene! Non vedo un tubo! Un-tu-bo! Capisci?».
«Non urlare», sussurrò Edo. «Potresti svegliare…».
La lucciola non lo lasciò terminare: «Il fatto è che non ho idea di dove io sia finita. Mi puoi aiutare?», disse a voce ancora più alta.
Riaccese il suo pancino luminoso. Solo allora il gattone si accorse che quello su cui era posata non era un tronco.
Era un coccodrillo. E stava aprendo la bocca.
«Attenta!», urlò Edo, ma era già troppo tardi: le fauci del coccodrillo si richiusero intorno alla sventurata.
Per un attimo, la testa dell’animale fu illuminata dall’interno come una zucca di Halloween.
Poi la luce si spense.
«Ahgh». La voce del coccodrillo era così profonda da far vibrare le ossa. «Cibo luminoso. Non mi era mai capitato», commentò.
Edo balzò giù dal ramo e atterrò proprio sul muso del coccodrillo.
«Ehi!», disse il rettile. «Un altro saltimbocca. Vediamo che gusto ha». Fece scattare le mandibole, ma il gattone si spostò veloce.
«Dove vai?», si lamentò il coccodrillo. Edo si allontanò dal fiume, il coccodrillo lo seguì. «Mi avete svegliato nel cuore della notte e io, quando mi sveglio, cerco sempre qualcosa da mangiare».
Il gatto si fece raggiungere, il coccodrillo scattò e cercò di morsicare la coda di Edo, lui la spostò con eleganza e gli balzò di nuovo sulla testa. Il coccodrillo scrollò il capo, ma il gattone si era ancorato piantando gli artigli nella pellaccia dura.
«Adesso mi hai fatto veramente arrabbiare!», gridò il bestione. Provò in ogni modo a staccarlo, ma Edo non mollava e il lucertolone si stancava in fretta, ad agitarsi lontano dall’acqua.
Purtroppo per il gatto, il bestione ebbe un’idea: cominciò a rotolarsi per terra: una, due, tre volte. Ad ogni giro, schiacciava il povero Edo col suo peso.
Il gatto era pesto, aveva la bocca impastata di terra e sabbia e gli girava la testa.  Sentiva dolori dappertutto, ma doveva resistere ancora per cercare di sfiancare il bestione. Nel loro incessante rotolare, andarono a finire in un terreno disseminato di sassi.
STUNK!
«Meoow!».
SKONK!
«Miiiuuufh!», si lamentò il gatto. Il coccodrillo lo aveva schiacciato su un sasso acuminato che gli spaccò gli occhiali e gli diede una botta così forte alla tempia da fargli ritrarre gli artigli.
Abbandonò la presa, si ritrovò disteso a pancia in su nella pietraia, dolorante.
«Alla fine mi hai mollato, eh?», ansimò il coccodrillo con uno sguardo cattivo.
Edo raccolse gli occhiali, li guardò: le lenti erano frantumate e la montatura a pezzi:
«MAU-AUURGH, che hai fatto?», miagolò arrabbiato. «Li avevo appena comprati!».
Il rettile fece un balzo verso di lui a fauci spalancate. Il gattone lo imitò, saltò verso i denti aguzzi. In una zampa teneva una stecchetta rotta.
Proteso in avanti, entrò completamente in bocca al bestione, ma quando questo cercò di serrare le mandibole per masticare il peloso pasto, Edo sfoderò le unghie e si aggrappò alla lingua.
«GGGH! GRR-A-GRRGH!», rantolò il coccodrillo. Ad ogni suo verso, sul viso di Edo arrivava il vento del suo alito puzzolente.
«Lucciola, dove sei?», bisbigliò il micione. Il coccodrillo avrebbe voluto masticarlo, ma ogni volta che ci provava, o si mordeva la lingua oppure il gattone affondava di più con gli artigli facendolo desistere tra guaiti di dolore.
«Lucciola?», chiamò Edo più volte. Nessuno rispondeva. Quando aveva quasi perso ogni speranza, una debole luce si accese: la lucciola, incastrata tra due denti, lampeggiava lenta. Edo sapeva come liberarla: piantò con forza la stecchetta tra i due denti e fece leva. La lucciola scivolò via e lui la prese con sé.
Il mostro spalancò le fauci, urlando per il terribile dolore ai denti. In quel momento Edo saltò fuori.
«Me la pagherai!», urlò il bestione dolorante. Ma il gatto era già balzato sull’albero più vicino, portando con sé la lucciola, malconcia ma viva.
Il piccolo insetto, stremato, non riusciva ancora a volare. Si lasciò trasportare in groppa a Edo.

«Hai rischiato la vita per salvarmi», disse la lucciola quando furono un po’ lontani.
«Oh, è stato divertente! Salvare qualcuno mi aiuta a prendere sonno!», rise lui.
«Come posso sdebitarmi?».
«Non è necessario», spiegò Edo.
«Insisto!».
Il gatto rifletté.
«In effetti, forse un modo c’è».
«Dimmi!», disse lei impaziente.
«Non c’è fretta», la tranquillizzò. «Domani, appena apre l’ottico, ci facciamo un salto. E poi…».

 

*

 

La notte successiva era ancora più buia di quella precedente, ma tra le chiome dell’albero/casa di Edo la luce era vivida.
Sdraiato sul suo ramo/letto, il gattone sfoggiava gli occhiali nuovi, stecchette verdi e montatura nera. Leggeva rapito “Alice nel Paese delle Meraviglie”. Era arrivato al punto in cui la bimba incontra lo stregatto e ormai sentiva le palpebre appesantirsi. Ripose il libro, sbadigliò, si rivolse alla luce chiamandola per nome: «Grazie Aba Jur, sei stata gentilissima a illuminare la mia lettura!».
«Ma figurati, Edo,», rispose la lucciola, «è il minimo che posso fare per te!».
«Hai bisogno di aiuto per tornare a casa?», domandò Edo con voce assonnata.
«Assolutamente no! Con questi», disse mostrando dei nuovissimi occhiali da sole, «la mia luce non mi abbaglia più». Li indossò: «E vedo benissimo dove sto andando!».
Svolazzò verso il gattone e gli stampò un bacio in fronte. Si accorse che si era ormai addormentato. Abbassò la voce fino a un flebile sussurro: «Buonanotte, miciomiao, ci vediamo domani». Volò via veloce, non poteva permettersi di fare tardi all’appuntamento in discoteca.
Senza di lei, avrebbero dovuto ballare al buio.

 

 

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