Puzzole, gufi e anguille

Appesa a due alberi che si affacciavano sul fiume, l’amaca dondolava placida.
La occupavano due puzzole accaldate. Ciascuna con la sua canna da pesca, cercavano pigramente di far abboccare qualche pesciolino.
Agitavano le code come ventagli, per smuovere un po’ l’aria calda e soffocante della giungla.
Un fruscio seguito dal rumore di rami spezzati attirò la loro attenzione: dal fitto della vegetazione, tra felci e liane, videro apparire un musetto conosciuto.
«Hola Carmencita!», disse la puzzola più corpulenta.
«Como estas?», aggiunse l’altra.
L’ospite emerse del tutto da un cespuglio: era un’atletica puzzola femmina. Portava un cappello da cowboy in testa e un grosso zaino sulle spalle.
«Chiquito! Paquito!», salutò i due. «Amici miei! Fatevi abbracciare!». Si liberò dallo zaino e saltò sull’amaca.
L’impeto fu tale che l’amaca si capovolse e i tre finirono a testa in giù dentro il fiume.
Carmencita si rialzò subito e corse fuori.
Chiquito e Paquito, al contrario, rimasero a fare il morto a galla.
«Ottima idea, Carmencita», la ringraziò Chiquito.
«Un bagno ci voleva proprio», aggiunse Paquito. Si voltò a guardare l’amico: «Chiquito, come abbiamo fatto a non pensarci?».
Chiquito ridacchiò: «Non lo so. Con questo caldo, non capisco più nulla».
«Ma che fate?», urlò Carmencita allarmata, «Uscite subito o i piranha vi spolperanno fino all’osso!».
Chiquito andò sott’acqua, Paquito nuotava sul dorso con lente bracciate.
«Non ci sono più piranha, in questo tratto del fiume», le disse.
«Davvero?», domandò Carmencita scettica.
«Davvero», le rispose Paquito. «Non aver paura, entra anche tu».
«Sicuro che non ci siano pericoli?».
«Sicuro. Entra».
Carmencita infilò nell’acqua una zampetta, esitante. Poi l’altra. Infine non resistette più e si tuffò.
«Ah, che bello!», commentò, «Tutta quest’afa mi stava facendo bollire il cervello».
«A chi lo dici», le rispose Paquito, e andò sotto.
Chiquito riemerse sputando l’acqua a zampillo.
Carmencita aveva una domanda: «Chiquito, ma come mai non ci sono più piranha?».
«Se ne sono andati quando sono arrivate le anguille elettriche», rispose lui tranquillo.
«CO-OSA?», urlò Carmencita. Fece un salto tale che riuscì ad appendersi al ramo di un ficus sporgente sul corso d’acqua.
«Ma sono pericolosissime! Forse quanto i piranha! Uscite subito, pazzi, se vi danno una scossa siete morti».
Con le sole teste fuori dall’acqua, Chiquito e Paquito la guardavano sorridenti.
«Non preoccuparti,», la tranquillizzò Paquito non ci fanno nulla. Altrimenti…».
I due amici si guardarono e risero.
«Altrimenti cosa?», domandò Carmencita.
«Hi hi!», ridacchiò Paquito. «Siamo puzzole, no? Le prime volte hanno provato a disturbarci, ma noi…».
«Abbiamo mollato tante puzzette in acqua che ribolliva! Una puzza che quasi mi sentivo male anch’io!», spiegò Chiquito.
«Da allora ci rispettano e ci stanno alla larga», concluse Paquito. I due si diedero un cinque.
Carmencita però non sembrava convinta, raggiunse la riva e si sedette; fissava nervosa Chiquito e Paquito, quasi si aspettasse che venissero folgorati da un momento all’altro.
«Come mai da queste parti?», chiese Chiquito all’amica.
«Ah, sono di passaggio. Devo partire per la Patagonia. Sono venuta solo per portarvi un regalo».
«Cos’è?», chiese Paquito.
Lei frugò dentro lo zaino. Ne estrasse una torcia metallica e la accese.
«Wow!», fecero i due come ipnotizzati.
«Un sole tascabile!», osservò Chiquito.
«Mi-ti-co!», balbettò Paquito.
«Una lampadina potentissima, a led; non si fulmina mai!», spiegò Carmencita, come se Chiquito e Paquito potessero sapere cosa mai fosse una lampadina. «Con questa, i predatori notturni si terranno lontani! Andiamo al villaggio, non vedo l’ora di farla vedere a Juanito, quel vecchio scorbutico».
Chiquito e Paquito uscirono dall’acqua.
Paquito posò una mano sulla spalla di Carmencita: «Juanito è morto due settimane fa», disse triste.
«Cosa?».
«Era notte e dormiva sereno. Un gufo dagli occhiali è piombato su di lui silenzioso e… SGNAM!».
«Un solo boccone», aggiunse Chiquito.
«Oh, mi dispiace», disse lei. «Chissà come c’è rimasta male Adelita. Quella vecchina lo sopportava da una vita, ma in fondo si volevano bene».
«No, Adelita non se n’è neppure accorta».
«In che senso?».
«Be’, il gufo l’ha mangiata per prima».
«No!», urlò Carmencita, «È terribile! Conchita sarà disperata».
«Ehm, non più», puntualizzò Paquito. «La notte successiva, Conchita, Benito e Currito hanno affrontato il gufo».
«Tre bocconi!», disse Chiquito scuotendo la testa. «Anzi quattro, Benito era ingrassato molto, ultimamente».
«Una strage», disse Carmencita attonita.
Paquito scosse la testa: «No, la strage c’è stata le notti dopo… Benedicto…».
«No!».
«Cesarito…».
«Oddio!».
«Felipito, Carlita, Evita, Lolita, Armandito…».
«Basta, basta!», piagnucolò Carmencita, «Ma è stato sempre il gufo?».
«I gufi, più di uno», chiarì Paquito. «Tutti gli altri predatori fuggono quando ci vedono».
Intervenne Chiquito: «Hanno paura delle puzzette. I gufi dagli occhiali, invece, ci trovano molto gustosi. E meno male che cacciano solo al buio».
I tre stettero zitti per quasi un minuto. Fu Carmencita a rompere il silenzio. Sollevò in aria la torcia:
«Questa cambierà tutto. Illuminerà la notte, e nessun gufo oserà avvicinarsi al villaggio.
I due amici spalancarono gli occhi ammirati:
«Fantastico!».
Proprio in quel momento, però, la luce della torcia tremolò e poi si spense.
Chiquito guardò Carmencita incredulo: «Come, si è già rotta?», domandò.
«No, no». Carmencita svitò il fondo della torcia e gli mostrò due batterie: «Il fatto è che funziona grazie alla corrente elettrica che prendono da questi cosi».
«Ma quindi», piagnucolò Paquito disperato, «Dobbiamo trovare molte di quelle cose per farla funzionare».
«Dove si trovano?», chiese Chiquito speranzoso. «Sotto terra? Crescono sugli alberi? Vivono in acqua?».
«No, no!», rispose Carmencita sorridente. Rovesciò il contenuto dello zaino, rotolarono fuori molti cilindretti colorati.
«Eccole qui. Le ho prese agli umani, insieme alla torcia. Venti batterie, ricaricabili».
Ne prese un paio e le mise nella torcia. La accese, quella emise una debole luce.
«Vedete?», disse lei, ma la luce si spense pochi secondi dopo.
«Uhm, forse ne ho preso un paio scariche», commentò. Ne provò altre due. La torcia non accennò neppure ad accendersi.
Sempre più agitata, le provò tutte, ma il risultato che ottenne fu sempre lo stesso: la torcia rimaneva spenta.
Si inginocchiò per terra e cominciò a piangere: «Oh, no! Sono tutte scariche! Come facciamo ora? Così la torcia non serve a nulla!».
Chiquito e Paquito la guardavano silenziosi.
«Ma quindi», le chiese Paquito dopo un po’», l’unico problema è che quei cilindretti non hanno dentro la corrente?».
Lei si asciugò gli occhi e lo guardò: «Ti pare poco? Dove la troviamo la corrente in mezzo alla giungla?».
«Oh, be’, permettimi di mostrartelo». Raccolse una batteria e la legò alla lenza della canna da pesca. Fece un lancio e la batteria si immerse con un PLUNF nel fiume. Dopo pochi istanti, un bagliore balenò sott’acqua.
Paquito tirò la canna, recuperando la batteria.
«Ahi! Scotta!», disse mentre la liberava dalla lenza.
Ne legò un’altra.
Chiquito capì e lo aiutò con la sua canna da pesca.
Le legavano alla lenza, lanciavano e le recuperavano. A ogni lancio, il fondo del fiume si illuminava di un breve flash.
«Sono le anguille elettriche», spiegò Paquito a una stupefatta Carmencita. «Pare che queste esche siano di loro gradimento».
Carmencita raccolse due batterie ancora calde, le inserì nella torcia e la accese.
La lampada sfolgorò di una luce così intensa come Carmencita non l’aveva mai vista.

Da quel giorno, nessun gufo dagli occhiali osò più avvicinarsi al villaggio delle puzzole: la luce era così tanta che a questi uccelli, animali notturni, lacrimavano gli occhi e veniva il mal di testa.
Quando le pile si scaricavano, era sufficiente una passeggiata al fiume perché le simpatiche anguille elettriche le ricaricassero in un baleno.
Il villaggio visse in pace e prosperità… almeno fino a che Carmencita non tornò da uno dei suoi viaggi con un infernale aggeggio, anch’esso elettrico, che trasformò tutte le giovani puzzole in zombie decerebrati.
Lo chiamava tablet.
Ma questa è un’altra storia, che non vi posso raccontare, perché è ancora tutta da scrivere…

 

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