Deregulation

«Può ripetere, Presidente?». Klaus si spinse gli occhiali sugli occhi, imbarazzato. «Non sono sicuro di aver capito».
Il Presidente posava le sue abbondanti masse su un trono di oro massiccio. Quattro inservienti armati di limette erano impegnati a smussargli le unghie di mani e piedi. Alzò appena lo sguardo e fissò Klaus con cattivi occhi porcini: «Forse non mi sono spiegato?», borbottò.
«Ehm, non è questo.», provò a giustificarsi Klaus, «È che sono un po’ duro d’orecchi e non ho sentito bene», mentì.
Le guance e il doppio mento del Presidente ballarono per un cenno di assenso.
Per colore e consistenza, ricordavano il budino alla vaniglia.
«Va bene, lo ripeto», disse l’uomo con un sorriso perfido. «E questa volta, dottor Andrei, le converrà ascoltare molto bene».
Klaus deglutì.
«È molto semplice», spiegò il Presidente. «Io voglio che lei inventi una macchina per capovolgere le regole».
Klaus, dopo avere atteso parecchi secondi che l’altro aggiungesse qualcosa, si fece coraggio: «E-esa-esattamente quali regole dovrebbe ca-capovolgere, questa… ahm, macchina?».
Il Presidente grugnì: «Le regole. LE REGOLE!», urlò. Scalciò, mandando KO due inservienti.
«Voglio una macchina che sia in grado di cambiare le regole!».
«Ma», provò a obiettare Klaus, «ci sono tante regole e…».
«Sgruiinff!», urlò il Presidente. Sferrò un pugno al terzo inserviente e lo mandò al tappeto. L’unico superstite continuò a limare come nulla fosse.
Il Presidente ribadì: «Tutte le regole! Tutte, è chiaro?».
Klaus capì che le voci che circolavano da alcune settimane erano vere: il Presidente era impazzito del tutto.
«Non voglio seguire le regole!», proseguì quello, «Da quando ho il potere, ho cambiato le leggi. Le ho decise io, come più mi piacevano! Ma le regole! Le regole sono ancora tutte lì!».
Agitava le mani e i piedini scalzi, così piccoli rispetto al resto del corpo, ricordava un orrendo cicciobello.
«Non voglio seguire regole che non ho deciso io! Io sono il Presidente!», urlò.
Fece cenno a Klaus di avvicinarsi, gli parlò alitandogli in faccia, un effluvio puzzolente di aceto e muffa.
«E allora, ecco la mia idea: inutile perdere tempo per decidere come cambiare le regole, sono troppe, ci vorrebbe tempo e fantasia. No, è più semplice: basta trasformarle tutte nel loro contrario!».
Sbarrò gli occhi, aveva uno sguardo febbricitante: «Geniale, no?».
Klaus annuì e rimase in silenzio, sapeva che ricondurlo alla ragione sarebbe stata un’impresa impossibile.
Il Presidente lo congedò senza altre divagazioni: «Vada, dottor Andrei, si metta subito al lavoro».
Klaus si inchinò e si diresse mesto verso la porta.
«Inutile dire», aggiunse il Presidente quando l’altro era già lontano, «che se non mi porta un risultato entro due giorni… io la rovinerò». Si scostò dalla fronte un ciuffo di capelli sudaticci, mostrò due file di denti candidi: «Vada ora, che aspetta? Vada a lavorare tranquillo».

Klaus si mise subito all’opera. Non aveva capito bene cosa il Presidente si aspettasse, ma sapeva che la sua vita futura dipendeva dal compito che quel matto gli aveva assegnato.
“Klaus Andrei,”, si ripeteva, “se c’è uno scienziato che può riuscire nell’impresa questo sei tu. Devi accontentare quel pazzo, il Presidente è troppo potente, può farti licenziare con uno schiocco delle dita. Se lui vuole, non troverai più lavoro neppure come aiuto lavapiatti”.
Pensò, si scervellò, e alla fine gli venne l’intuizione giusta.
Lavorò frenetico, fermandosi solo per fare pipì o di più. Ogni tanto trangugiava in fretta una scodella di caffellatte con biscotti e ripartiva.
Non dormì per un giorno e mezzo, ma alla fine ci riuscì!
Contemplò soddisfatto il dispositivo che aveva costruito: era in tutto simile a delle voluminose cuffie stereo. Sul lato destro avevano attaccata una manopola del volume, ma al posto di numeri o tacchette, lungo la ghiera aveva incise complesse formule matematiche.
A dirla tutta, non faceva esattamente ciò che il Presidente aveva chiesto, però Klaus confidava di riuscire a convincerlo che era addirittura meglio.
Orgoglioso, nonostante tutto, del proprio lavoro, andò finalmente a dormire.

Gli scagnozzi del Presidente arrivarono di prima mattina.
Lo fecero salire su una limousine blindata e lo portarono nella residenza presidenziale, una lussuosa villa al centro di un parco privato più esteso della provincia di Bergamo.
Il Presidente lo attendeva in piscina, stava a mollo dentro una ciambella colorata più grande della camera d’aria di una ruota di camion.
«Allora?», chiese impaziente, «Ha fatto quello che le ho chiesto?».
Klaus annuì.
Il Presidente batté le mani, due sub si immersero e impiegarono diversi minuti a imbracarlo, poi una piccola gru, sul cui braccio campeggiava la scritta “Titan – Micoperi”, lo sollevò e lo posò a bordo vasca, sopra una sdraio in kevlar e fibra di carbonio che scricchiolò sotto il tremendo peso.
L’uomo si fece consegnare il dispositivo e lo scrutò a lungo.
«Funziona?».
«Diciamo di sì, Presidente», rispose Klaus prudente.
«Che significa? Che significa?», urlò il Presidente, «Se non funziona io… lei…».
Klaus sudava freddo, istintivamente mostrò i palmi delle mani aperte, nel tentativo di calmare la collera del suo irascibile interlocutore. Provò a spiegarsi: «Ecco, il dispositivo funziona ma…».
«MA?», grufolò forte il Presidente.
«Ma, ecco, vede, riuscire a ribaltare le… ehm… le regole per la popolazione di tutto il mondo richiederebbe una…».
Il Presidente addentava un prosciutto, si mise a urlare sputazzando dappertutto: «Mi sta dicendo che ha fallito? Io la distruggo!».
«No, no», si affrettò a precisare Klaus. Ora le spiego. Ecco, questo dispositivo inverte solo le… ehm… regole per lei, Eccellenza, e per tutte le persone che hanno a che fare con lei. Infatti attraverso la schiuma quantistica crea un’iterazione tra le sinapsi di…».
«Ma che me ne faccio? CHE ME NE FACCIO?», sbraitò l’altro.
Klaus cercò di mantenere il sangue freddo: «Ma forse è anche meglio!», azzardò. «Ci pensi: capovolgendo le regole per tutti, anche lei, Eccellentissimo Presidente, dovrebbe comunque seguirle, come adesso è costretto a seguire le attuali».
«Ebbene?», domandò il Presidente dubbioso.
«Ebbene, non le piacerebbe, invece, avere delle regole che valgono per lei solo? Tutto il resto del mondo ha le proprie regole, mentre per lei non valgono affatto! Anzi, valgono le esatte opposte!».
Il Presidente parve riflettere, poi si illuminò: «Mi piace! Si può fare?».
Klaus tirò un sospiro di sollievo, era stato facile convincerlo.
«È appunto ciò che fa il mio dispositivo, Eccellenza. È sufficiente che lei indossi le cuffie, ecco così. Giri la manopola fino in fondo… ancora un po’… bene. Ora il dispositivo estrarrà dalla sua mente l’elenco di tutte le proprietà, aziende, interessi, affari».
«Cosa? Se mi vuole rubare queste informazioni io…».
«No, no! Serve solo ad individuare tutte le persone che… ehm, che hanno a che fare con lei, e a inviare loro, attraverso un tunnel iperspaziale, le onde sinaptiche che ne altereranno per sempre il comportamento».
Tutti quei paroloni incomprensibili riuscirono a tranquillizzare il Presidente.
In quel preciso istante il dispositivo stava estraendo un campione di DNA dalla forfora dell’uomo. Lo fece passare attraverso un micro-acceleratore di particelle; questo, bombardandolo con regoloni ad alta energia, lo utilizzò per modulare una fluttuazione subnucleare che andò a modificare localmente una schiuma probabilistica… Oh, insomma, potrei continuare ma diventerei noioso. Vi basti sapere che il dispositivo modulò un’onda attraverso una regione di iperspazio conosciuta come “Il limbo delle coscienze”, quel posto inafferrabile in comunicazione con i cervelli e le personalità di tutti gli esseri senzienti.
Per un ristretto gruppo di persone, pur sempre milioni di uomini e donne che gravitavano attorno al Presidente, l’onda intervenne ribaltando le regole di comportamento nei confronti di tutto ciò che aveva a che fare con quell’uomo potente.
«Devo fare altro?», chiese il Suddetto, del tutto ignaro di ciò che stava per accadere.
Questa volta fu Klaus a mostrare un sorriso autenticamente perfido: «No, niente».
«Però continua a sembrarmi tutto uguale. Badi, Klaus, se mi sta prendendo in giro…».
Un telefono squillò, un energumeno grande quanto un frigorifero americano lo porse al Presidente.
Lui si tolse le cuffie e rispose.
Cominciò così la sua fine.

Klaus non aveva mentito.
Il dispositivo ribaltava davvero le regole, per il mondo di interessi, proprietà e affari loschi del Presidente.

Cominciò col ribaltare le regole della finanza, ma solo nella testa degli amministratori dei miliardi di euro in azioni del Presidente. Presero a fare solo scelte sbagliate, col risultato che le società si svalutavano a velocità spaventosa.
A fine giornata, il Presidente si ritrovò a possedere azioni per un valore pari a un Buondì morsicato.

E non era certo il peggio: nelle decine di Casinò di sua proprietà le regole del gioco si ribaltarono. Tutti i croupier continuarono a barare, ma a favore dei giocatori! A tutte le roulette usciva sempre e solo il numero nove, chi tirava i dadi vinceva sempre, le slot machine distribuivano fiumi di monete. Decine di milioni di euro, frutto degli affari leciti (pochi) e illeciti (tutti gli altri) del Presidente, si involavano verso nuovi proprietari.

Vi furono anche situazioni bizzarre: in tutte le palazzine e proprietà immobiliari del Presidente gli inquilini, da un momento all’altro, non rispettarono più alcuna regola condominiale. Parcheggio selvaggio, panni stesi a gocciolare nella veranda sottostante, sbocciare di parabole su balconi, fumo e puzzette in ascensore!
Tutte situazioni di tensione che sfociarono in risse, conflitti e faide.
Palazzi interi furono distrutti o dati alle fiamme. I pochi inquilini superstiti scapparono via atterriti.

Per non parlare delle centinaia di migliaia di impiegati nelle tante multinazionali del Presidente: trasgredirono tutte le regole del lavoro, o meglio – lo sapete già – le applicarono al contrario.
Quelli di loro che non leggevano il giornale otto ore al giorno, passavano il tempo a fotocopiarsi le chiappe.
Dirigenti, impiegati e operai, si rifiutavano di eseguire qualunque mansione, distruggevano documenti e schedari, bloccavano le catene di montaggio.
Insomma, un disastro.

Ma il peggio del peggio, quello che diede il colpo di grazia all’impero ormai traballante del Presidente, fu il ribaltarsi delle regole non scritte della malavita: il suo clan, criminali potenti e rispettati, furono attaccati e annientati dai clan rivali.
Privato del suo esercito di spietati mafiosetti, il Presidente non poté più gestire l’immenso giro di traffici illeciti di ogni tipo.

Liberi dal giogo di minacce e ricatti, nemici e falsi amici poterono finalmente alzare la testa e lo attaccarono senza pietà su tutti i fronti:

  • I banchieri gli negarono qualunque possibilità di credito.
  • I politici gli negarono leggi a suo favore. Anzi, fecero un mucchio di leggi contro di lui.
  • I giornali lo attaccarono mettendolo ogni giorno in prima pagina, accusandolo di un’infinità di azioni abiette. A parte il furto di un cremino, era tutto vero.

Questo fu ciò che avvenne nei giorni successivi all’accensione del dispositivo.
Ma noi rimaniamo ancora un po’ a bordo piscina, insieme a Klaus, testimone dei minuti iniziali della Caduta.
Il Presidente, raggiunto da una valanga di notizie pessime, perse in un baleno la consueta arroganza, diventando patetico e piagnucolante. Nella confusione che si venne a creare, nessuno badò più allo scienziato. Lui ne approfittò: indietreggiando in punta di piedi, si diresse verso l’uscita.
Aveva fatto solo qualche passo quando una delle guardie del corpo si avvicinò al Presidente e gli assestò un sonoro ceffone. Nessuno dei colleghi lo fermò.
«Te lo meriti, pazzoide!», gli disse.
Tutti i presenti risero senza ritegno, in molti presero a canzonare il Presidente impietrito.
Senza la corazza del potere, che stava rapidamente perdendo, quell’uomo si mostrò agli occhi di Klaus per quello che era: un uomo solo e malato.
Allora capì: tra le tante regole che per le persone attorno al Presidente valevano al contrario, c’era anche quella della buona educazione e del rispetto.
Nessuno gli avrebbe più riservato un pensiero gentile, o un gesto educato, o un minimo di rispetto.
Klaus ebbe pietà di lui. E fu contento di constatare che la pietà, per fortuna, è un sentimento, non una regola.


Storia pensata per un pubblico da 10 anni in su, richiesta da Nicholas Andrews.
Testo della richiesta: “Vorrei una storia in cui il/la protagonista vive in un mondo parallelo simile alla Terra, ma che si basa sulle regole capovolte e al contrario rispetto a quelle del nostro pianeta”.

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