Storia a fumetti

La sala d’attesa era uno spazio angusto illuminato da una luce al neon balbettante. Appena il ragazzo entrò, una donna bionda, in piedi accanto alla porta, si voltò di scatto verso di lui e lo salutò con un enorme sorriso:
«Ciao! Benvenuto!».
«Buongiorno», rispose il ragazzo timidamente. «Buongiorno a tutti», aggiunse, ma il resto dei presenti non rispose. Erano tutti troppo impegnati nelle proprie faccende: chi a mangiarsi le unghie, chi a guardarsi la punta delle scarpe; qualcuno più ardito disegnava a matita su un taccuino aperto.
La donna parlava veloce, la testa protesa verso di lui e gli occhi lucidi e troppo spalancati: «Anche tu qui per il concorso? Ma quanto sei giovane! Così giovane e già disegni? Ma che bravo!».
Il ragazzo non sapeva bene a quale domanda rispondere, si limitò a un laconico “sì”.
La bionda sventagliò un’altra raffica di domande: «Come ti chiami? Quanti anni hai? Sei qui da solo?».
«Ahm, Andrea…Ho dodici anni».
«Ciao Andrea! Io sono Sandra», gli disse porgendogli la mano.
Andrea gliela strinse imbarazzato.
Lei indicò la cartella che il ragazzo teneva in mano: «Lì c’è il tuo fumetto?», domandò.
«Sì, sono…».
Sandra lo tirò per un braccio, lo invitò a sedersi e gli si sedette accanto.
«Che aspetti, allora? Fammelo vedere! Sono curiosa! Oh, sono curiosissima!».
Batteva i piedi e si agitava, sembrava le scappasse di andare in bagno.
Andrea vinse la propria timidezza e mostrò la sua opera alla donna.
Lei sfogliò veloce le pagine colorate: «Fantastico! Eccezionale! Inimitabile! Incredibile!», diceva. In dodici secondi netti aveva terminato di sfogliare un fumetto di trenta pagine.
“Certo che legge veloce”, constatò Andrea.
Sandra gli restituì la sua opera, allargò ancora il sorriso, le labbra così tese che il ragazzo ebbe paura che la bocca gli si aprisse fino alle orecchie: «Ma sei un fenomeno!», disse spiritata, «Un genio! Sicuro di avere solo dodici anni? Secondo me questo concorso lo vinci tu. Anzi, guarda, mi sa che mi ritiro, perché il mio in confronto non vale nulla».
«Ma… me…», balbettò il ragazzo confuso.
La donna gli scaraventò in grembo un raccoglitore dalla copertina nera: «Ecco guarda, questo è il mio lavoro. Dimmi tu se è all’altezza del tuo».
Sotto lo sguardo febbrile di Sandra, Andrea lesse il fumetto.
La storia era a suo modo interessante: un giornalista dotato di superpoteri combatteva contro la temibile Komplottika; questa associazione di supercriminali diffondeva delle sostanze chimiche attraverso gli aerei: chi le respirava si ammalava di morbillo, parotite, alluce valgo e gomito del tennista. Al che tutti correvano a vaccinarsi, però i vaccini erano della Komplottika e non erano vaccini ma sieri ipnotici che ti facevano credere che Roma veniva attaccata da sciami di mosconi da sette tonnellate l’uno che si schiantavano contro i palazzi. Ma non erano veramente mosconi, erano UFO pilotati da alieni che… Oh, poi non ci aveva capito più nulla!
Però era disegnato bene.
«Be-bello», ribalbettò Andrea.
Lei aggrottò le sopracciglia. Il ragazzo capì che si aspettava altro: «Incredibile», aggiunse.
«Sì…», disse lei, evidenziando i puntini di sospensione.
«Disegnato benissimo!».
«Sì…». NO! Altri puntini!
«Bellissimo, avvincente, la cosa migliore che abbia mai letto!», si sbilanciò Andrea.
«Sì! Sì! Lo sapevo!», gridò Sandra; i tanti esclamativi testimoniavano che era finalmente soddisfatta. Gli strappò di mano il raccoglitore e corse verso la porta: «Devo fumare! Fumare!», gridò, e uscì.
Andrea stava ancora contemplando la porta allibito, quando una voce alle sue spalle lo scosse: «Non montarti troppo la testa».
Si voltò: seduto in una delle seggiole della fila davanti a lui, un uomo di corporatura minuta. Teneva la testa china, Andrea riusciva a vedere solo i capelli impomatati con la riga di lato e la linea scura di due baffi importanti sotto un naso affilato.
«Come?», chiese il ragazzo in tono incerto.
«Non credere a quella lì. Quella purché qualcuno legga i suoi fumetti direbbe qualunque cosa».
Andrea avvertì una stretta allo stomaco: «Vuole dire che non pensava davvero che io sono… che il mio fumetto è…». Si interruppe appena l’uomo alzò lo sguardo. Lo fissava con occhi neri e tristi: «Bellissimo? Ah ah!». L’uomo rideva e scuoteva la testa.
Un’altra fitta dolorosa fece quasi piegare in due il ragazzo. Per quanto desiderasse credere ai complimenti della donna, pensare che avesse davvero letto il suo fumetto nei pochi istanti in cui lo aveva tenuto in mano era… “come credere che le banche facciano beneficenza”, pensò Andrea, che era notoriamente molto maturo per la sua età. Più incerto che mai, aveva bisogno di conferme. Porse i suoi fogli all’ometto coi baffi, la voce gli tremava quando gli chiese: «Sarebbe così gentile da… farmi sapere cosa ne pensa?».
L’ometto arricciò una sola narice: «Non leggo i fumetti per bambini».
Andrea avrebbe potuto dirgli che non aveva disegnato una favola per bambini, ma ebbe una felice intuizione: «Il fatto è che lei ha l’aria di essere un vero maestro del fumetto».
L’ometto inarcò un sopracciglio: «Ah, sì?».
«Ma certo. Si vede da… dal… dalle mani!», improvvisò Andrea.
L’uomo se le squadrò, cercando di capire cosa ci avesse visto il ragazzo.
«Le dita lunghe e affusolate, il callo sull’indice della destra, le macchie di colore!», buttò lì Andrea. «Si capisce subito che il disegno è la sua passione!».
L’uomo scosse la testa: «Non uso la destra per disegnare, sono mancino. Le macchie che ho nella mano non sono di colore, sono di fegato: mia moglie cucina troppi fritti».
“Oops!”, pensò il ragazzo, “Non ci è cascato!”.
«Comunque sia, visto che sei così insistente, tieni». Gli porse un album.
Piuttosto incredulo, Andrea sfogliò il fumetto dell’ometto: il protagonista era un piccoletto baffuto, coi capelli impomatati e la riga di lato; andava in giro per il mondo a conquistare donne bellissime. Quando non amoreggiava, recitava Shakespeare allo specchio. La storia terminava con il piccoletto che veniva eletto Imperatore dell’Universo.
«Allora?», lo incalzò l’ometto.
«Be’,», cominciò Andrea, «i disegni sono fantastici, veramente, ma…».
«Ma?», esplose l’ometto rosso in faccia.
Andrea cambiò registro: «Ma… ahm… ciò che mi è piaciuto di più… è la caratterizzazione magnifica del personaggio principale».
«Sì‪…».
Mamma mia, di nuovo i puntini!
«E insomma, il fumetto è strepitoso, spumeggiante, superbamente sceneggiato, realizzato con una tecnica sopraffina. Complimenti, maestro, è stato un vero onore leggere una simile fantastica opera!».
L’ometto annuì silenzioso.
«Bene,», disse dopo un po’, «visto che mi hai dimostrato di capirne, di fumetti, farò un’eccezione e leggerò il tuo».
Andrea glielo porse riconoscente. L’ometto lo visionò attento, soffermandosi su ciascuna pagina. Infine lo restituì al ragazzo e pronunciò la sentenza: «Mah! La storia non mi piace. Fai un sacco di errori di prospettiva e disegni le facce tutte uguali».
Detto questo, si voltò di lato e chinò la testa.
Il ragazzo si sentiva come se un criceto facesse la ruota dentro il suo cuore.
Dunque il suo fumetto faceva proprio schifo!
Che scemo era stato a pensare di presentarsi a quel concorso.
Che illuso! Aveva creduto davvero che lui, dodicenne senza esperienza, avesse qualche speranza contro persone che disegnavano da decenni, erano maestri di tecnica, esperti di prospettiva e – che ne so? – laureati in Fumettologia Applicata, come minimo!
L’occhio gli cadde su una pagina colorata: il giovane corpulento seduto accanto a lui, sfogliando il proprio fumetto, gliela sventolava sotto il naso. Oddio, occorreva immaginazione per chiamare quella roba lì “fumetto”: c’erano dei riquadri colorati in modo approssimativo, le figure umane (o forse erano animali?) si distinguevano a stento. La scrittura nelle nuvolette pareva in cuneiforme. Insomma, a prima vista non era un granché. Si fece coraggio e ingaggiò il ragazzo con la tecnica che aveva ormai imparato: «Ma che bello! Lo hai fatto tu?».
Quello mostrò una faccia brufolosa contornata da boccoli rossi: poteva avere da diciotto a trentacinque anni, valutò Andrea, che quando si trattava di indovinare un’età non era proprio Sherlock Holmes.
«Sì. Lo vuoi leggere?».
«Non vedo l’ora!», mentì Andrea.
«Ma non te lo do in mano, potresti rovinarlo. Lo sfoglio io, tu mi dici quando girare le pagine».
«Eh eh, occhei», acconsentì il ragazzo.
Furono dieci minuti da incubo: all’ultima vignetta, Andrea non aveva capito neppure se il protagonista era un uomo o uno stegosauro.
«Superbo, fantastico, incredibile, inimitabile!», commentò, vergognandosi delle spudorate menzogne. «Sei bravissimo, sei un mostro!».
Il rosso lo guardò con espressione seria: «Grazie».
Andrea si fece coraggio: «Adesso che ne diresti di dare uno sguardo al mio?».
Il rosso mise da parte il fumetto e cominciò a giocherellare con un cellulare: «Sì, mandamelo via mail. Lo leggo quando ho tempo».
«Ma… ma…».
Intervenne l’ometto: «E basta! Sei noioso! L’hai capito o no che nessuno è interessato ai fumetti di un dodicenne?».
«Ma… ma…».
«Ecco, appunto, vai da mamma, va’! Questo concorso è una cosa seria, non è roba per marmocchi! Torna tra dieci anni!».
Tutti i presenti risero, qualcuno ripeté “Ma ma, ma ma!”.
Sull’orlo del pianto, Andrea si alzò e corse via.
Percorse il corridoio con le lacrime agli occhi, le braccia strette attorno al proprio lavoro.
Svoltando un angolo, inciampò in qualcosa di basso; volò lungo disteso e andò a sbattere di testa su un distributore di merendine.
La botta fu tremenda.
Riaprì gli occhi: era circondato da fogli. Davanti a lui, in piedi di spalle, una persona alta forse settanta centimetri. Completamente calvo, sciarpa a strisce di due gradazioni di viola attorno al collo.
Raccoglieva i fogli.
«Lasci, faccio io!», disse il giovane mettendosi carponi. L’altro non diede segno di aver sentito. Il ragazzo cominciò a raccogliere le tavole, ma si accorse ben presto che, mischiate alle sue, ce ne erano altre.
Non le aveva mai viste, ma avevano qualcosa di familiare.
Si soffermò su una vignetta: una bionda allucinata fumava sotto la pioggia, il fumetto sulla sua testa diceva “Sono la migliore! Sono la più brava!”.
Un pensiero assurdo prese a farsi strada nella mente di Andrea: «Signore, le ha disegnate lei queste tavole?», domandò.
Il nano rispose con voce infantile: «Sì, perché?», domandò brusco, «Vuoi dirmi che sono “bellissime, avvincenti, la cosa migliore che tu abbia mai letto”? O forse “strepitose, spumeggianti, superbamente sceneggiate, realizzate con una tecnica sopraffina”?».
«No, io…».
«O magari “eccezionali, fantastiche, incredibili, inimitabili”?».
La piccola persona si voltò: dietro grandi occhiali tondi, il viso di un bambino di pochi anni.
«Dimmelo! Sono “bravissimo”? Sono “un mostro”?».
Il nano, o il bambino, gli porse le pagine che aveva raccolto:
«Ecco, questa è la mia storia».
Andrea le prese con mani tremanti. Aggiunse le pagine che aveva raccattato lui e le riordinò.
Il fumetto cominciava con un bimbo che entrava in una sala d’aspetto. Il bimbo era la persona che aveva davanti, stessi occhiali, stessa sciarpa, stessa altezza.
Una bionda lo accoglieva, scambiavano qualche battuta poi lei scappava a fumare sotto la pioggia. Il fumetto dedicava qualche pagina ai suoi pensieri deliranti. Subito dopo faceva la sua apparizione un tizio smilzo con folti baffetti a manubrio, nei fumetti poteva leggerne i pensieri spocchiosi: “Sono il più bravo qui dentro, se esistesse la giustizia il concorso lo vincerei certamente io”. Fu poi la volta di un ragazzo dai capelli rossi, ma a quel punto Andrea smise di leggere.
Aveva capito cosa avessero di familiare quei disegni: non erano solo la cronaca di ciò che aveva appena vissuto; questo era decisamente assurdo, ma non bastava ancora.
Era lo stile; quei disegni avevano il suo stile, era come se li avesse disegnati lui stesso. Guardò il bambino che aveva di fronte e si ricordò della foto che sua madre teneva in camera: Andrea a due anni con indosso un costume artigianale da Harry Potter; occhialoni tondi, cicatrice disegnata e sciarpa al collo. La sciarpa non era dei classici bordeaux e giallo perché la mamma non l’aveva trovata.
Era di due gradazioni di viola.
«Andrea?», domandò Andrea al bimbo.
Il bimbo annuì.
«I tuoi disegni sono bellissimi», proseguì il ragazzo.
Il bimbo sorrise, un sorriso vero, pieno, totale: «L’hai capito, finalmente!». Rise con un cicaleccio insistito e trascinante.
«Però ti devo correggere.», aggiunse tornando serio, «I tuoi disegni sono bellissimi!».
Andrea, l’Andrea di dodici anni, rise, rise forte, rendendosi conto che lo pensava davvero, ne era finalmente convinto!
«I miei disegni sono bellissimi!», gridò verso il soffitto, le braccia alzate in gesto di trionfo.
«Coraggio, svegliati!», gli disse infine il bimbo, mentre la sua faccia sfumava trasformandosi in quella barbuta di una guardia giurata.
Andrea si risvegliò: era seduto per terra, la schiena poggiava sul distributore di merendine. Balzò in piedi.
«Ti senti bene?», gli domandò la guardia.
Lui raccolse fogli, colori e il blocco da disegno che aveva sparsi intorno cadendo poco prima.
«Mai stato meglio!», rispose convinto.
Tornò nella sala d’aspetto. Nell’ora che passò prima di essere ricevuto, disegnò febbrilmente, fino a che il fumetto che aveva visto nel sogno non apparve completo davanti ai suoi occhi.
Non aveva alcun dubbio: avrebbe presentato quello, al concorso.
La porta in fondo alla sala si aprì: «Il signor Nicolai?».
Si alzò, era giunto il suo turno.


Storia pensata per un pubblico da 10 anni in su.
Testo della richiesta: La mia frase è “Credere in sé stessi”. 
Vorrei una storia che faccia sorridere CHIUNQUE, che faccia pensare ai torti passati, a ciò che si avrebbe potuto fare meglio. 
Chiederei una storia che parla di coraggio, gentilezza, con personaggi semplici ma pieni di vita.

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