Il trichiappotopo di Neanderthal

Il trichiappotopo di NeandhertalGiorgio era una guardia del Museo di Paleontologia da molti anni. In tutti quegli anni, aveva sviluppato la capacità di riconoscere immediatamente i visitatori che avrebbero causato qualche problema: dal distratto che inciampa e si schianta di testa sullo scheletro di velociraptor distruggendolo, al giovane vandalo con la bomboletta spray che cerca di scrivere su un coprolite fossile “Giulia ama Federico”.
E oggi l’istinto gli diceva che quell’ometto con l’impermeabile che gironzolava da ore per il museo avrebbe combinato qualche guaio. Aveva cominciato a seguirlo da una stanza all’altra, dalla sala del Triassico a quella del Giurassico, passando per il Cretaceo. Aveva trascorso così la serata, fino a che si era fatta quasi l’ora di chiusura ed erano rimasti soli; solo lui e quel tizio, che finalmente si fermò davanti al gigantesco scheletro di un triceratopo. Giorgio gli si avvicinò alle spalle e attese. L’ometto parve contemplare lo scheletro, quindi infilò una mano nella tasca di un impermeabile e ne estrasse…
«Una pistola!», gridò Giorgio, e gliela strappò di mano tra le urla di rimostranza del piccoletto.
Giorgio guardò attentamente la pistola: era un aggeggio colorato, sembrava di plastica, sembrava…
«Una pistola ad acqua?», domandò  perplesso. Guardò con occhi severi l’ometto: «Che ci fa con una pistola ad acqua in un museo?».
L’ometto si rassettò i capelli, un cespuglio triangolare di ricci fitti, e si lisciò baffi e pizzetto. Fece una smorfia di disprezzo: «Non è una pistola ad acqua», spiegò.
«Ah, no? E cos’è?».
L’ometto sorrise: «Ha mai sentito parlare di fluidi osteodetemporizzanti?», domandò con aria di sufficienza.
«Flu-ostrega de che?», balbettò Giorgio.
«Tzè! Immaginavo! Ha proprio una faccia da ignorante!».
«Ehi! Badi a come parla!».
L’ometto sbuffò e stette in silenzio.
«Allora, mi vuole rispondere?», lo incalzò la guardia.
«Uff, anche se glielo dico non mi capirà!».
«Be’, ci provi!».
L’ometto sbuffò ancora: «E va bene!», rispose, «Nella pistola c’è quello che le ho appena detto, un fluido osteodetemporizzante».
Giorgio guardò l’altro a bocca aperta e sguardo vacuo. Si scosse: «E… questa cosa…sarebbe…?».
«Sarebbe», rispose l’altro spingendosi gli occhiali sul naso, «un liquido che, spruzzato sopra le ossa le fa – come dire? – viaggiare nel tempo. Le fa ringiovanire. E non solo. Lo vedrà», disse con un ghigno perfido.
«Ahm… Occhei!». Giorgio aveva capito, aveva di fronte un pazzo.
Però forse dentro la pistola c’era qualche liquido pericoloso, magari un acido, o qualcosa di puzzolente!
«Aspetti un secondo», disse all’ometto. Andò verso un cestino della spazzatura, ne estrasse un foglio appallottolato e  gli “sparò” sopra, bagnandolo con uno schizzo. Non accadde nulla. Il liquido era trasparente; lo annusò: non aveva nessun odore.
«Lo immaginavo. È solo acqua», concluse.
Tornò dall’ometto e gli restituì il suo giocattolo. Lo salutò con una pacca sulla spalla: «Mi raccomando, vecchietto, non spruzzi le ossa… potrebbe causare… reumatismi fossili!». Gli scappò una risata.
«Ah, non mi crede, eh? E allora guardi!». Prima che Giorgio riuscisse a fermarlo, l’ometto innaffiò con uno spruzzo lo scheletro fossile del triceratopo.
«Oh, insomma, basta!», gridò Giorgio; prese l’ometto per il colletto della camicia e cominciò a trascinarlo via. L’aveva già allontanato di qualche metro, quando l’ometto disse: «Guardi, scimmione!».
«Che c’è ancora?», chiese Giorgio. Si voltò e… rimase di sasso: intorno allo scheletro del triceratopo stavano crescendo carne e muscoli, vene e nervi. A velocità impressionante, davanti ai suoi occhi si ricostituì un dinosauro completo di pelle e scaglie.
Stupefatto, la guardia mollò la presa sull’ometto e quello ne approfittò per scappare.
Giorgio era ipnotizzato dallo spettacolo a cui aveva assistito, ma quando il dinosauro mosse la testa, corredata di corna affilate, e fece un passo verso di lui, decise che la cosa più sensata di tutte fosse scappare a gambe levate. Corse via come un fulmine e nella sua fuga incrociò l’ometto: vide che continuava a innaffiare tutte le ossa che incontrava.
Era un disastro: dappertutto spuntavano animali estinti da milioni di anni, dinosauri, ma anche mammut, tigri del Pleistocene e chissà cos’altro.
Lo doveva fermare.  Si tuffò con tutti i suoi centocinquanta chili di stazza verso l’ometto, lo travolse e lo schiacciò sotto il proprio peso.
«Ahia!», gridò quello.
Giorgio si riappropriò della pistola: «Questa le tengo io! Cosa vuole fare?», lo rimproverò.
«Risveglierò tutti i dinosauri!», gridò il folle, «Io, professor Krapotek, li guiderò alla conquista del mondo!».
Un rombo e una vibrazione violenta del pavimento interruppero il loro discorso: il triceratopo li aveva seguiti sin qui e ora, simile a un toro ma dieci volte più grande, li caricava in corsa.
I due scapparono in direzioni opposte, e il dinosauro – c’è bisogno di dirlo? – scelse di seguire Giorgio. Lui correva, ma non lo distanziava, anche se il bestione sembrava zoppicare. Quando l’animale gli fu a pochi passi, ormai disperato, Giorgio saltò e si appese allo scheletro sospeso di uno pterodattilo. L’uomo oscillò come su un’altalena, ciondolò all’indietro e ricadde dietro il triceratopo. Da quella posizione, capì perché l’altro zoppicava:
“Ma certo!”, si disse, “Lo scheletro non era completo, mancavano le ossa di una zampa!”. Infatti l’animale mostrava un’unica zampa posteriore, attaccata subito sotto la possente coda. Il triceratopo si era accorto che la preda era saltata alle sue spalle; frenò la corsa, e nel farlo sollevò la coda muscolosa. Fu allora che Giorgio poté vedere, sotto la coda, un’escrescenza rosea e gonfia, dalla quale si dipartivano i muscoli dell’unica coscia.
“Non ci posso credere!”, si disse Giorgio sul punto di scoppiare a ridere, “Sto vedendo le chiappe di un dinosauro di milioni di anni fa. O meglio, la chiappa!”, si corresse, “Questo qui ha una sola chiappa!”.
La cosa forse sarebbe stata più divertente se il bestione non si fosse voltato nuovamente verso di lui ricominciando a inseguirlo.
Giorgio corse più forte che poteva, ma il bestione non mollava. Il triceratopo lo raggiunse nella sala dell’uomo di Neanderthal. Giorgio non aveva più fiato, si sentiva perduto, si voltò un attimo e vide un corno di triceratopo così vicino da sfiorargli il naso. Qualcosa lo fece inciampare in quel momento, ruzzolò e fini contro la rappresentazione di un villaggio di uomini primitivi, in mezzo a fantocci  di cavernicoli a grandezza naturale.
Tra il triceratopo e Giorgio c’era lo scheletro di un piccolo di ominide su un piedistallo; oscillava per le vibrazioni dei passi del bestione. Il triceratopo si fermò per un solo secondo, poi si avventò su Giorgio. Non sapendo cosa fare, la guardia… sparò con la pistola ad acqua. Vide confusamente che lo schizzo colpiva lo scheletro del piccolo di Neanderthal e il muso del dinosauro. Poi chiuse gli occhi, in attesa del peggio.
Non accadde nulla.
L’uomo aprì timidamente un solo occhio e non credette a ciò che gli parve di vedere.
Li aprì entrambi e spalancò la bocca dallo stupore.
Davanti a Giorgio c’era una creatura incredibile: era alta forse dieci metri e aveva le fattezze, almeno in parte, umane. Umano era il volto, che pareva quello di un cavernicolo: senza mento, il sopracciglio grossissimo e folto, gli zigomi spigolosi e la faccia quadrata. Gli occhi erano grandi e le guance paffute.
In effetti sembrava il viso di un bimbo.
“Lo scheletro del bimbo di Neanderthal!”, capì Giorgio, “È stato colpito dal liquido”. A quanto pareva, si era fuso con il triceratopo, perché dalla testa del bimbo spuntavano le due corna appuntite che poco prima avevano cercato di infilzarlo. Il corpo della creatura non era meno strano: squamoso e verde, era ritto sulle zampe posteriori, ma quelle anteriori non erano zampe, bensì braccia muscolose corredate di mani dai lunghi artigli.
E le zampe posteriori, anche quelle non erano zampe, erano gambe. Cioè – Giorgio guardò meglio – aveva due gambe, e in mezzo a loro c’era invece l’unica zampa del triceratopo!
«Mai visto niente di più strano!», borbottò Giorgio. La creatura, il – come lo vogliamo chiamare? – il dinobimbo lo guardò e si mise a ridere. Era una risata trascinante, allegra, di bimbetto felice.
Giorgio si asciugò la fronte sudata: forse non aveva intenzione di fargli del male.
Un rombo fece voltare il dinobimbo, così che Giorgio lo poté vedere di spalle. Ebbe un’altra bizzarra sorpresa, perché se prima aveva visto una monochiappa, ora, sotto la coda alzata, facevano bella mostra ben tre chiappe, rosee e tenere come quelle di un pupo. Giorgio ebbe il nome giusto per la creatura, era senza dubbio un…
«Cucciolo di trichiappotopo di Neanderthal!».
La soddisfazione per il bel nome trovato sfumò appena Giorgio si accorse che attorno a loro si erano radunati alcuni dei più pericolosi ceffi che questo mondo abbia visto nel corso di milioni di anni.
C’erano infatti, uno accanto all’altro e con aria minacciosa:
• Un brontosauro attaccabrighe alto diciassette metri e pesante quanto sei betoniere piene di cemento.
• Una famiglia di tirannosauri: padre madre, otto figli e sei uova. Tutti con una fame arretrata di settanta milioni di anni.
• Un mammut lanoso che moriva di caldo ed era perciò nervoso e pronto a menare la proboscide.
• Una tigre dai denti a sciabola col mal di denti.
• Tre velociraptor che avevano scommesso tra loro su chi sarebbe stato il primo a mangiare il trichiappotopo o la guardia.
E un sacco di altri piccoli, irascibili animali.
«Va bene,», si disse Giorgio, «è finita. Chissà se troveranno almeno un pezzettino di me?», si domandò con encomiabile freddezza.
Il trichiappotopo, invece, non sembrava affatto intimorito. Avanzò verso gli intrusi e, senza smettere di ridere, cominciò a menare schiaffoni a destra e a manca. Giorgio capì che non lo faceva neppure per far loro del male: era il suo modo di giocare, era come un bimbo che si trastullava coi suoi peluche. Eppure gli sberloni e la vivacità del piccolo facevano danni terribili:
• Il brontosauro, capottato su un fianco da un calcione, non riusciva a rimettersi in piedi.
• Papà tirannosauro finì KO per un tenero pugnetto, mamma tirannosaura fu usata dal trichiappotopo come un cavallino a dondolo, mentre i piccoli fuggirono via; alle uova spuntarono le zampe da due fori nel guscio e ballonzolarono dietro i fratelli più grandi.
• La tigre dai denti a sciabola balzò sul trichiappotopo per sbranarlo, ma quello afferrò il mammut per la proboscide, glielo sbatté sul muso e le fece perdere tre denti, tra i quali peraltro non c’era quello cariato. La tigre miagolò dal dolore e si rotolò per terra. Il mammut vagò per ore in stato confusionale.
• I velociraptor non ebbero miglior sorte: il trichiappotopo ne legò le tre code insieme e li usò come un bizzarro boomerang che lanciò e riacchiappò più volte.

Quando giunsero i soccorsi la situazione era calma, anche se il museo era stato completamente devastato dalle creature fossili. Tutti gli animali vennero catturati e ingabbiati dalle forze speciali dell’esercito. Il trichiappotopo di Neanderthal venne messo per qualche tempo in un enorme box per bimbi. Giorgio gli doveva la vita e gli si era affezionato. Lo andava a visitare e gli portava ogni volta qualcosa con cui giocare: una vecchia automobile, blocchetti di cemento, una mobilhome a sei posti, cose così insomma. Lui giocava e si divertiva, ma di fatto era in prigione.
Il professor Krapotek fu obbligato a pagare i danni, avrebbe impiegato circa quattrocento anni per rimborsare il museo. Non lo arrestarono solo perché fornì un antidoto, grazie al quale tutti gli animali tornarono ossa fossili. Tutti gli animali, ma non il bimbo di Neanderthal: infatti, appena si seppe che era stato riportato in vita anche un umano, tutto il mondo protestò sostenendo che ritrasformarlo in fossile equivaleva a ucciderlo!
Per Krapotek fu una bazzecola trovare una pozione chimica per separarlo dal triceratopo, a quel punto il piccolo apparve per quello che era: un tenero bimbo un po’ più peloso e massiccio della media.
Giorgio e sua moglie non poterono fare a meno di chiederlo in adozione, e venne loro concessa.

Ora sono passati tanti anni, il bimbo è ormai cresciuto, ha preso una laurea in archeologia e va in giro per il mondo a scavare ossa fossili.
Qualcuno dice che, segretamente, abbia chiesto al professor Krapotek un po’ del suo liquido e dell’antidoto. Dicono che ogni tanto ne usi un po’ sulle ossa che trova e su di sé.
Dicono che in quelle occasioni si diverta come un bambino!

 

FINE

 Storia pensata per un pubblico da 6 anni in su.
Testo della richiesta (ci crediate o no): “Voglio una storia dove c’è un dinosauro con una chiappa sola e un bambino con tre chiappe”.

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