Se un pomeriggio d’estate Margherita…

«Claudia, ma dove vai?». Con una piroetta elegante sui pattini, la ragazzina si piazzò di fronte alla sua amica costringendola a fermarsi.
Claudia sbuffò e indicò il cielo: «Non vedi? Sta cominciando a piovere!».
L’altra allungò una mano col palmo all’insù: «Boh, a me non sembra», negò, mentre già le prime, timide gocce le inumidivano il guanto.
L’amica scosse la testa: «Pioverà fino alle sei. Lo dicono le previsioni».
Eccola lì, Claudia l’infallibile, Claudia so-tutto-io. Provò a resisterle: «Previsioni? Pffft, si sbagliano! Vedrai, adesso smette e avremo tutta la pista per noi». Un tuono cupo parve volerla smentire.
Claudia raggiunse una panchina, si sedette e prese a togliersi il primo rollerblade: «Uff, Che pizza, Margheri’! Piove, e pattinare sotto la pioggia è pericoloso. Hai presente Luca?». Margherita la fronteggiava in piedi, ciondolando il peso da una gamba all’altra: «Quello col naso storto?».
«Ce l’ha storto da quando è caduto», spiegò Claudia. «Indovina un po’? Pattinava sotto la pioggia! Ha sbattuto proprio in questa panchina, di faccia. Un pezzo di incisivo ci è rimasto incastrato per mesi, qui, sullo schienale».
«Che schifo!».
Claudia finì di allacciarsi la seconda scarpa: «Non si pattina sotto la pioggia», sentenziò. Margherita ebbe un improvviso colpo di genio: «E allora pattiniamo al coperto!».
L’amica si bloccò nell’atto di legare insieme le stringhe dei due pattini: «Eh?».
Margherita indicò una casa oltre la pista di pattinaggio: «Andiamo lì».
Claudia sgranò gli occhi: «Eh?», ribadì.
Margherita si piegò in avanti, le mani posate sulle ginocchiere: «Lo dici da sempre, che ci vuoi entrare!».
«Non certo per pattinarci dentro!», obiettò Claudia, «È abbandonata da… boh, da secoli! I pavimenti saranno ricoperti di terra e magari fango…».
Ah, era facile replicare: «Anche qui!».
«E macerie e gomme da masticare…».
«Anche qui!», ribatté Margherita, ancora più convinta».
«E animali morti e magari…».
«Anche qui», cantilenò l’altra, poi la colse un dubbio: «E magari… cosa?».
Claudia si mise al collo i pattini legati per i lacci e cominciò ad allontanarsi: «E magari blatte, piccioni con l’influenza, serial killer zombie in agguato e… brrr!… pipistrelli. Odio i pipistrelli!».
Margherita boccheggiò, intuì che gli argomenti da lei esposti non avevano presa sull’amica: «Aspetta», riuscì a dire, ma l’altra, già lontana, alzò un braccio in segno di saluto: «Ciao, ci vediamo domani, sarà poco nuvoloso con venti deboli da sud», annunciò sicura. «E non pioverà». Margherita la seguì con lo sguardo: «Va bene», sussurrò corrucciata. Goccioloni sempre più grossi, battendo sulle lenti dei suoi occhiali, distorcevano forme e confondevano i colori. «Se non vuoi venire,», disse risoluta, «ci andrò da sola»

*

«Accidenti!».
Per avventurarsi nel terreno accidentato Margherita aveva dovuto togliersi pattini e protezioni per riporle nello zaino, che si era poi caricato sulle spalle. Percorrendo la recinzione era riuscita a trovare un buco abbastanza ampio da infilarcisi dentro. Da lì aveva raggiunto l’ingresso principale della villa abbandonata, una porta corrosa dai tarli e dal sole. Forse, un tempo, aveva avuto una serratura funzionante, ma oggi era stato sufficiente spingerla per entrare.
Fuori la pioggerella si era trasformata in un violento temporale estivo; la vivida luce del pomeriggio aveva lasciato spazio a un’atmosfera cupa, da serata autunnale, un lucore grigio che penetrava da un lucernario rettangolare sul soffitto e permetteva alla ragazzina di contemplare delusa una sala più grande dell’intero appartamento in cui abitava con la sua famiglia di cinque persone e sette animali più o meno ingombranti.
Nelle pareti spoglie riverberava lo scroscio di una cascatella che da alcuni vetri rotti, lassù in alto, si precipitava a inondare il pavimento. E lei che avrebbe voluto pattinarci, lì dentro. Macché, naturalmente era tutto come aveva previsto Claudia: terra, fango, muri scrostati e cumuli di macerie tra le quali emergevano ossa scomposte di creature non meglio identificate. Anche se, ricordando il discorso dell’amica, Margherita avrebbe scommesso che si trattasse di piccioni e pipistrelli morti di influenza o di indigestione di blatte.
«Be’, però sul serial killer zombie non ha avuto ragione», si disse, ma una vocina interiore la rimbeccò: “Ne sei proprio convinta?”.  Un brivido le percorse la schiena.
Avanzava, anzi, guadava un arcipelago di mattonelle sconnesse e pozzanghere torbide che andavano ingrossandosi; la stanza pareva completamente priva di arredi, non c’era nulla, neppure una tenda stracciata, o un lampadario, o magari un portaombrelli. Si stava domandando da quanti secoli esistessero gli ombrelli – possibile che la villa fosse stata abbandonata prima che li inventassero? – quando un oggetto sotto una scala bianca, di legno laccato, catturò la sua attenzione. Col cuore che le batteva più forte nel petto, si avvicinò, afferrò l’oggetto pesante e lo trascinò fuori dall’ombra: era un tavolino basso, ricoperto da un manto di polvere compatta. Sopra di esso, uniformemente grigi anch’essi, tre oggetti: il primo, abbastanza anonimo, era un quadrato basso, forse un libro, o un portagioie, chissà. Il secondo era invece un aggeggio metallico, si sarebbe detto una torre Eiffel accartocciata piena di ingranaggi; l’ultimo, e unico riconoscibile, era un posacenere occupato da una grossa biglia.
Prese un gran respiro e soffiò forte, sollevando una nuvola densa che quasi oscurò la stanza. Quando la nube si posò, fu chiaro che l’oggetto quadrato era…
«Una scacchiera!».
Una scacchiera crivellata dai tarli, sbrecciata in più punti, all’apparenza vecchia di centinaia d’anni. Margherita la aprì: il panno all’interno, un tempo verde, era sbiadito e impolverato, ma i pezzi c’erano tutti. Ma l’altro coso, cos’era? Adesso che lo guardava meglio, le ricordava uno di quei bracci robotici saldatori delle catene di montaggio. Solo che in questo gli ingranaggi erano in vista. Forse era una bizzarra lampada. Bruttina, secondo lei. Scrollò le spalle e considerò la situazione: finché pioveva, lei era bloccata lì dentro, perché non ingannare il tempo con una partita a scacchi? Tanto più che, giocando da sola, era sicura che non avrebbe perso, odiava perdere!
Dispose i pezzi sulla scacchiera e cominciò: Margherita aprì di pedone bianco e Margherita rispose con la mossa speculare, Margherita scatenò un alfiere a minacciare la regina e Margherita si difese frapponendo un cavallo nero. Proseguì così, spostandosi tra i due fronti della scacchiera, fingendo di stupirsi delle mosse della Margherita avversaria, così concentrata da non accorgersi neppure che la pioggia era cessata, la cascata dal tetto si era spenta e ora nella sala regnava il silenzio. In rapida successione caddero otto pedoni, due cavalli e un alfiere, ma proprio nel momento in cui la Margherita nera si apprestava ad arroccare, la presunta lampada vibrò.
La ragazzina strabuzzò gli occhi, ma l’oggetto non si mosse più. Almeno fino a che lei non mosse una torre bianca: di nuovo, una vibrazione; breve ma incontrovertibile. Il cuore della ragazzina partì al galoppo. Trattenendo il fiato, accennò a muovere un alfiere nero. La cosiddetta lampada vibrò più forte.
Impossibile, incredibile, cosa stava succedendo?
Oltre il suo respiro affannato, le parve di sentire un flebile ticchettio. Aguzzò l’udito: ma sì, c’era eccome, proveniva… proveniva dalla lampada-che-non-era-una-lampada! Gli occhiali le si appannarono per l’emozione, se li sfilò e avvicinò lo sguardo all’oggetto ticchettante. In un intrico di rotelle e fili di ferro lo vide: un minuscolo ingranaggio, attorniato da molle e chissà cos’altro, avanzava a piccoli scatti. Ah, bene, forse non erano fantasmi, o peggio blatte, pronte a balzare fuori dalla non-lampada da un momento all’altro.
Un meccanismo.
Si batté una mano sulla fronte, sollevata. Ma certo: quell’affare, qualunque cosa fosse, aveva le pile scariche. Le pile… uhm, forse era troppo antico per avere le pile. Tutte quelle rotelle le ricordavano una sveglia antica che il nonno le aveva mostrato, quella che aveva una chiave da girare per darle la corda ogni giorno altrimenti non suonava e lui non si svegliava in tempo per mungere Ombrina e…
Ma certo! La cerco e la trovò: la chiave era vicino alla base dell’oggetto. La girò una, due, decine volte, divenne sempre più dura, fino a che non riuscì più a farla ruotare di un grado.
All’inizio non accadde nulla. Poi l’aggeggio tremò forte, si distese, si stiracchiò. Alla sua estremità si aprirono cinque appendici, cinque dita che scrocchiarono rumorosamente. Solo ora Margherita lo riconosceva, era un braccio,  ma non come quelli delle catene di montaggio, era proprio un piccolo braccio, in tutto simile a un arto umano, ma di metallo! Indietreggiò spaventata, ma la mano non era interessata a lei: avanzò a tentoni sul tavolino, sfiorò la scacchiera, i pezzi, raggiunse il posacenere e finalmente raccolse la biglia che vi giaceva dentro. Tenendola tra le dita la puntò verso la scacchiera, quindi la posò, sollevò un pedone e lo fece avanzare di due caselle. Subito dopo riprese la biglia.
Margherita boccheggiava per la sorpresa: dunque quel coso era una specie di computer antidiluviano per giocare a scacchi! Ancora incredula, con mano tremante fece la sua contromossa. Il braccio posò la biglia per i pochi istanti necessari a muovere la propria regina.
Ben presto fu chiaro che il braccio giocava benissimo. Margherita si difese come poteva, ma in poche mosse si trovò in pesante svantaggio di pezzi. Toccava ai neri, il braccio mosse deciso la torre. Prima che la ragazzina potesse realizzarlo, una voce lontana proferì una minaccia:
«Scacco al re!».
Margherita sobbalzò appena. Si chinò verso l’avversario di metallo: «Parli, anche?».
L’indice meccanico si contorse a indicare il braccio a cui era attaccata, quindi la mano aperta si agitò davanti alla ragazzina.
Lei comprese: «No?».
La mano mostrò un pollice in su.
«Be’, allora chi ha parlato?».
La mano indicò verso le scale.
«Cecec’è quaqualcuno in cacasa?», balbettò Margherita.
Pollice in giù.
La ragazzina espirò sollevata: «E allora?».
La mano indicò nuovamente il proprio braccio. Lei pensò di aver capito: «Oh, un altro coso come te?».
La mano si distese a palmo in giù e si produsse in un breve rollio: “Più o meno”.
Okay, al secondo piano c’era più o meno un aggeggio simile al braccio, che però parlava. Poteva resistere alla curiosità? Decisamente no: «Posso vederlo?».
Il braccio saltellò dall’entusiasmo.
«Immagino sia un sì». L’arto meccanico prese in mano la biglia e Margherita prese il braccio… in braccio. Salirono insieme i gradini scricchiolanti; raggiunto il pianerottolo, la mano indicò la porta, superata la quale puntò l’indice verso un armadio a due ante.
«È qui dentro?», domandò la ragazzina per conferma.
Pollice in su.
Margherita afferrò le maniglie e tirò con forza, forse troppa visto che le ante, con uno schianto, caddero a terra.
Nei primi istanti di puro panico, distinse solo una figura umana.
Un corpo! Dentro un armadio!
“Il serial killer zombie”, le urlava la vocina dentro la testa, “Claudia l’aveva detto! Scappa, scappa!”. Riuscì a mantenere la calma solo perché non sopportava di dare ragione alla sua amica. L’occhio le cadde sul braccio, in tutto simile al suo avversario di scacchi.
Solo che questo era attaccato a un corpo metallico! Margherita stava guardando uno stupefacente scheletro di acciaio brunito, zeppo all’interno di una quantità incredibile di ingranaggi, molle, pistoni, bielle, bulloni. E tubi, alambicchi, mantici in miniatura; insomma, il corrispettivo di muscoli e organi interni di un… di un…
«Robot!».
Un robot non più alto di suo fratellino. Completo di gambe ammortizzate e di braccia, no aspetta, di un solo braccio, il sinistro gli mancava. Stava sull’attenti, rigido e immobile.
«Uau!», esclamò la ragazzina, troppo strabiliata per essere spaventata.
La testa del robot somigliava alla maschera di uno spadaccino, ma era intarsiata di ghirigori, simboli e numeri. Niente bocca, al posto del naso un foro circolare; gli occhi invece c’erano, anzi, anche in questo caso ce n’era uno solo, tondo e senza palpebre.
Il braccio, si era liberato dall’abbraccio della ragazzina ed era saltato su una spalla del robot. Fu come se gli tirasse una sberla in faccia e quando scostò la mano, il secondo occhio era al proprio posto.
«La biglia nel posacenere», osservò Margherita. Il braccio fece un’ultima cosa: afferrato un tubo flessibile che spuntava dalla parete dell’armadio, lo attaccò al foro che l’automa aveva al posto del naso. Subito si udì un gorgoglio prolungato, quasi che il robot stesse bevendo attraverso lo strano boccaglio.
Nel giro di pochi secondi i rumori aumentarono, divennero un’orchestra di borbottii, risucchi e scorregge. E piatti che cozzano e calici che si frantumano e, sopra tutti, il fischio di una pentola a pressione, più forte, sempre più forte, come il borbottio attutito di una locomotiva.
Margherita si portò le mani alle orecchie, indietreggiò verso l’uscita, osservando uno spettacolo inquietante: da tutte le giunture del robot uscivano dense volute di vapore, i dedali di ingranaggi all’interno della macchina cominciavano a muoversi.
Il frastuono cessò all’improvviso.
Il robot piegò il collo.
Margherita urlò.
Il robot si afferrò il braccio staccato e lo batté sulla spalla, si udì un rumore di chiavistelli e quando lo lasciò, l’arto era tornato al proprio posto.
L’automa guardò Margherita negli occhi, poi si staccò il boccaglio. Nuvolette di vapore gli uscivano da sotto il mento, insieme a una voce cantilenante e fischiata:
«La devo terminare!», disse. E nulla più.
“Visto? Visto?”, la vocina urlava nella testa di Margherita, “Ti deve terminare, l’ha detto! Vai via, matta! Adesso!”.
Margherita si precipitò verso la porta, mentre la vocina continuava: “Ah! Claudia ha sempre ragione. Eh, non so come faccia, deve avere un sesto… attenta!”, strillò, accorgendosi che stavano inciampando. Troppo tardi: la ragazzina colpì la ringhiera del pianerottolo e questa cedette di schianto. Fu per puro miracolo che lo zaino si incastrò sulla base di un piolo, riuscendo a scongiurare una rovinosa caduta nella tromba delle scale. Appesa nel vuoto come un salame, urlò di terrore quando sentì i passi pesanti avvicinarsi.
“Te l’avevo detto!”, borbottava la petulante vocina interiore, “Se fossi fuggita in tempo, anzi, se non fossi proprio entrata qua dentro, se avessi dato ascolto a Claudia che sa tutto… aah!”.
Qualcuno afferrò lo zaino e la tirò su, incurante di urla, proteste e gomitate che la ragazzina dispensava alla cieca, e la posò sul pianerottolo. Lei si raggomitolò terrorizzata: «Ti prego ti prego!», implorava, «Non terminarmi!».
La testa tra le braccia, gli occhi stretti stretti, li aprì perplessa sentendo la voce fischiata porre una domanda: «Non vuoi terminarla?».
La ragazzina non rispose.
«Abbandoni?».
Di cosa parlava?
Cautamente, si aprì dalla posizione a riccio e scrutò il robot di sottecchi. Rimaneva immobile, a due passi di distanza: «Io vorrei terminarla», aggiunse.
Margherita di fece coraggio, si mise a sedere: «Cosa?», domandò timidamente.
«Io vorrei terminarla», rispose il robot.
«No, questo l’ho sentito», chiarì lei, «Intendevo cosa vuoi terminare». Fece una smorfia speranzosa: «Non me, giusto?».
Il robot roteò gli occhi: «Cosa?».
«Si va be’!», sospirò la ragazzina.
Il piccolo automa fischiettò ancora: «Non vuoi terminare la partita?».
La partita! La partita! Ecco cos’era: LA PARTITA!
Margherita esplose in una risata, una risata da far lacrimare gli occhi; ogni lacrima portava via con sé una goccia di tensione e paura, fino a che rimase solo il sollievo.
«No, no, mi arrendo.», rispose infine.
«Allora ho vinto. Ne cominciamo un’altra?», la incalzò il bimbo di metallo.
Lei arricciò il naso: «No, grazie, sei troppo forte per me».
«Oh».
Quasi dimenticava: «Ah, grazie per avermi aiutato, mi sarei fatta malissimo, cadendo».
Lui non parve sentirla: «Non vuoi giocare?».
Margherita scosse la testa, imbarazzata: «Be’, no. Piuttosto, tu, cosa sei?».
Il robot si grattò la testa: «Ahm, io sono… io!».
«Ti ha costruito un maestro di scacchi?», buttò lì Margherita.
L’automa fissò un punto lontano: «Ahm, no. Mio padre era un giocattolaio».
«E non giocava a scacchi?», domandò lei incredula.
Il robot scrollò le spalle: «Non so, io ho imparato da solo. Ma tu, sicura che non vuoi giocare?».
«No-oo!». Si pentì subito di aver usato un tono troppo brusco, cercò di essere più dolce: «Parlami del giocattolaio».
«Oh, sì», rispose lui con uno sprazzo di entusiasmo «Diceva che ero il migliore di tutti: un gioco capace di imparare qualsiasi gioco!». Gli sbuffi di vapore si moltiplicarono, un ticchettio aumentò di frequenza. «Ha impiegato una vita intera a realizzarmi, e quando finalmente mi ha acceso…». Chinò la testa. «Il giorno stesso in cui mi ha acceso lui… lui ha finito la carica», concluse.
Rimase così, a testa bassa, in silenzio.
Margherita sentì un groppo alla gola, provò a tirarlo su: «Quindi conoscerai un sacco di giochi».
Il robot non si mosse: «Gli scacchi, e basta. Dopo che papà si è… si è spento, ricordo solo l’armadio. Al buio, senza una goccia d’acqua». Emise uno sbuffo di vapore verde, «Senza l’acqua non posso muovermi».
Margherita aveva almeno un trilione di domande: «E il braccio? E l’occhio? Chi te li ha staccati?».
Il bimbo robot si incurvò ancora: «Non ricordo, ma almeno, attraverso quell’occhio, vedevo oltre il buio dell’armadio. Se qualcuno mi dava la carica al braccio, lo potevo muovere a distanza. È stato così che ho imparato a giocare a scacchi». Emise un cicaleccio acuto: «Un sacco di partite! Divertenti! Poi noia. Noia e sonno, fino a oggi». Si alzò in piedi, guardò la ragazzina: «Adesso giochiamo, ti prego!».
Margherita si mise in piedi a sua volta, guardò il piccolo intrico di metallo e vide… vide un bambino. Allora capì: il capolavoro del giocattolaio non era un gioco, era una creatura che sentiva la necessità assoluta di giocare, lo aveva voluto così!
Non per divertire gli altri, per divertirsi insieme agli altri. Gli porse una mano, lui la prese esitante.
«Giochiamo, sì», gli rispose convinta.
La testa del bimbo d’acciaio scattò verso la ragazzina: «A scacchi?».
Lei scosse appena la testa: «No. Un gioco nuovo. Te lo insegno io».
«Davvero?».
«Sì. Uno io, altri i miei fratelli. Altri ancora i loro amici. Monopoli, palla avvelenata, rubamazzo, pattini, parapendio, spalmanutella… Imparerai un sacco di giochi. Che ne dici?».
La coltre di nuvole si aprì in quel momento, un raggio vivido penetrò dal buco di una vecchia imposta e proiettò una virgola luminosa sul viso metallico del piccolo, proprio nel punto in cui avrebbe dovuto avere la bocca.
Una virgola in tutto simile a un sorriso.

FINE


Storia pensata per un pubblico dai dieci anni in su, richiesta da Francesca.
Testo della richiesta: “Voglio una storia che si svolga durante una partita a scacchi, il tutto ambientato in una casa a due piani”.

 

Il testo potrebbe subire modifiche minime in fase di revisione (correzione di refusi, eliminazione di ripetizioni etc.).

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