Frì

free

Volavano in circolo da un pezzo. Lei contemplava la laguna sotto di loro, lui ammirava lei, ma avevano entrambi il medesimo intento: fissare nella memoria uno spettacolo che non avrebbero visto per molto tempo. E non c’era da biasimare la giovane se preferiva soffermarsi sullo specchio d’acqua punteggiato da miriadi di macchie rosa che erano il loro stormo, piuttosto che fissare il becco imbronciato del papà. Però lui, il suddetto papà, non ce la faceva proprio a distogliere lo sguardo da sua figlia.
“Eh, una fenicottera tanto elegante”, si diceva con pennuto orgoglio, “non si vede mica in tutti gli stagni”.
Lei si voltò all’improvviso, costringendo il padre a raddrizzare il collo così velocemente che le vertebre anzianotte scricchiolarono.
«Pa’».
Il papà piegò la testa con studiata nonchalance: «Dimmi, Frì».
«Possiamo cominciare?».
«Uhm, non so, ti sei riscaldata?».
Frì annuì decisa.
«Va bene, allora. Fammi vedere».
«Ajò!». Lanciato il grido di battaglia, Frì sprofondò in avvitamento per centinaia di metri e risalì a velocità vertiginosa, in rotta di collisione col padre; virò solo all’ultimo istante, ma lo spostamento d’aria investì il papà facendolo capottare. Lui, recuperato l’assetto a fatica, cercò di stare dietro alla sua piccola che si esibiva in una serie perfetta di spericolate evoluzioni, tra le quali si poterono annoverare:

  • Duemiladue metri in volo rovesciato.
  • Ventuno tonneau e un vitel-tonneau.
  • Trentatré virate a coltello, di cui ventidue a farfalla e sette a pattadese.

Concluse la prova con una mezza S scampanata in autorotazione, stallo controllato e uscita in virata di Immelman spruzzata quanto basta di un otto cubano.
Il padre aveva il becco talmente spalancato che ingoiò quattro etti di ditteri di varia classificazione: quando era successo, quando aveva imparato a volare in quel modo? Gli pareva due lune fa che le erano spuntate le prime remiganti, possibile che fosse già così brava?
“Possibile!”, concluse gonfiando il petto come un pavone, “È mia figlia!”. E poco importava che lui non fosse mai stato in grado di fare neppure la metà di quelle acrobazie.
Frì gli tornò accanto: «Be’,», gli domandò volando affiancata, «che ne dici? Sono pronta alla traversata?».
«Sì, sì,», rispose lui sputacchiando graniglia di insetti, «sei bravina, non c’è che dire».
Lei sorrideva raggiante, fino a che il papà non aggiunse: «Però…».
«Però?», si rabbuiò Frì.
La guardò con aria di sfida: «Però scommetto che non ti ricordi il piano di volo».
«Uff, dai!», protestò lei.
«Ripetimelo!».
La giovane emise un lungo sospiro, poi enunciò cantilenante: «Per arrivare alla Piana dello Smog Perenne dobbiamo…».
«Lascia perdere questa parte,», la interruppe il papà, «ci arriverai con mamma, alla Piana. Dimmi cosa farai dopo, una volta che sarai sola».
Frì rimase in silenzio per un po’, quindi ricominciò: «Una volta lì, mi poserò tra le guglie del Duomo di… dei…».
«Di Legajolandia! Eh, vedi che non sei pronta?», la stuzzicò il papà.
Lei sbuffò e proseguì: «Aspetterò una vecchia, enorme cornacchia che ha una scopa al posto della coda. Appena la vedo, le prendo la scia e non la mollo fino ai Great Pastures of Bison», concluse sfoggiando un accento da bald eagle.
«Eh?».
«Pa’, ci sei? I GPB, è lì che sto andando».
Lui annuì: «Certo, certo, è che detto in quel modo sembra diverso, anche più lontano».
La figlia rise, ma il papà non riuscì a dissimulare una vena di tristezza: «Be’, mi sembri pronta», constatò.
Per fortuna Frì cambiò argomento: «Papà, ma le cornacchie… non sono pericolose?», chiese arruffando le piume sopra gli occhi.
«Fidati, questa è una bonacciona, al massimo ti ingozza di cioccolatini.», la tranquillizzò il padre, «L’importante è che tu sia puntuale, perché vola un solo giorno all’anno, per portare doni ai cuccioli di Stivalandia».
Frì inarcò il collo verso di lui: «Allora ha un regalo anche per me, la Terra dei Mori è in Stivalandia!».
«Sì, ma noi siamo di un’altra religione, non seguiamo il consumesimo».
Lo sguardo della fenicottera si indurì: «Ah, bastava dirlo subito, che era amica dei terricoli consum… consumes… di quegli ingordi!».
Il padre rise: «In fondo non sono molto diversi da noi, solo che loro non sanno volare e questo li rende tristi e livorosi».
«Stupidi polli, struzzi nudi!», mugugnò Frì a mezzo becco.
«Struzzi!», ripeté il papà sghignazzando, «Troppo vero!».
«Ci odiano», aggiunse lei, «Perché voliamo. Perché migriamo per mangiare».
«Ah, migravano anche loro, è il motivo per cui la vegliarda attraversa gli oceani: porta regali anche a cuccioli stivalandali emigrati, dalla Koalia ai GPB».
Frì sgranò occhi arancioni: «Davvero migravano?».
«Eh no, poco! Migravano, eccome! Però se lo sono dimenticato, e ora che la laguna non produce più tanti gamberetti…».
«Anche i terricoli mangiano gamberetti?».
«Non lo so, non perderti in dettagli! L’essenziale è questo: ora che il cibo non abbonda, sono terrorizzati. Come allocchi, danno ascolto ai cannibali che si aggirano furtivi tra loro: “È colpa dei migranti che mangiano a sbafo!”, gli dicono,  “Nasconditi, ci penso io a non farli arrivare. Non preoccuparti di come farò,  ficca la testa sotto la sabbia, non sono cose belle da vedere. L’importante è che tu abbia di nuovo distese enormi di acqua salmastra da spatolare e”… sì, Frì, è un altro esempio, per farti capire», precisò di fronte allo sguardo perplesso della figlia. Continuò: «Appena infilano la testa sotto terra, è in quel momento che dimajene e salvoltoi li azzannano al collo e ne fanno strage».
«Ah,», si illuminò lei, «ma è la stessa tecnica di caccia del capo dei GPB. Donald qualcosa».
«Esatto! Detto tra noi, penso sia un fistione turco per parte di madre, a giudicare dalla zazzera. Infatti lo chiamano “anatra zoppa”».
Frì rise: «Starnazza pure come un’anatra. A duck», tradusse per tenersi in esercizio.
«Sì, quello là è pure più cattivo», confermò lui, «Mi sta proprio sulle uo…».

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Donald Trump fa il bagno nel White House Bathroom.

Il successivo “va” non fu mai pronunciato,  il fenicottero si interruppe, mantenne lo sguardo fisso davanti a sé e rallentò la battuta d’ali, preso in chissà quali pensieri. Quando si voltò, era serissimo: «Frì,», disse in tono grave, «Mi è venuta un’idea».
Frì gli restituì uno sguardo preoccupato: «Dimmi».
Il papà aveva gli occhi spiritati: «È un’occasione che non possiamo perdere!». Non aggiunse altro, puntò il suolo e scese in picchiata. Si posò su una spiaggia candida, dove attese che lei lo raggiungesse, prima di continuare: «Passerai sopra il nido dell’anatra zoppa?».
«Uh? The White House? Non so, perché?».
Il papà alzò la voce per superare il rumore della risacca: «Devi fare una cosa per me».
«Cosa?», domandò Frì titubante.
Lui prese un gran respiro: «Ma sì, ci passerai senz’altro, qualche piccolo di stivalandalo immigrato ci sarà, nei dintorni».
«Sì, ma…».
«Ascolta!», tagliò corto lui, «Sorvolerai il nido di Donald… ahm… Duck, o come si chiama», spiegò con espressione truce, «e se lui dovesse uscire all’aperto tu devi… devi…».
«Devo?».
«È importante, Frì, giurami che ci proverai!».
«Sì, sì, ma cosa devo fare?», reiterò lei sempre più agitata.
«Devi cagsshfssh», biascicò lui.
«Che?».
«Devi cagafsintestss». Di nuovo, la frase si perse nel frastuono delle onde.
«Insomma!», protestò Frì esasperata, e in risposta la voce del padre proruppe finalmente stentorea:
«Devi cagargli in testa!», urlò. «Dall’alto. In volo. Come dicono i cecchini? One shot, one shit». Riuscì a mantenersi rigido e compassato, quanto bastò per godersi gli occhi sgranati e il becco tremolante della figlia. Solo allora le fece l’occhiolino. In quello stesso istante i lineamenti di Frì si distesero, la fenicottera esplose nella tipica risata strombazzata per cui qualche volta lui l’aveva presa in giro, ma che ora gli comunicava prepotente l’allegria, la consapevolezza e l’insospettabile forza della sua…
Piccola? No, non più.
Se ancora aveva qualche remora, il calore di quel suono glielo sciolse: Frì doveva andare, era necessario, e lui non doveva preoccuparsi troppo, perché se la sarebbe cavata, alla grande. Avrebbe affrontato venti gelidi e infuocati e altre fatiche che al solo immaginarle indolenzivano il suo corpo di papà stanco; sarebbe atterrata su uno stagno remoto, tra uno stormo che avrebbe presto conquistato. Tutti l’avrebbero amata e ammirata…
No, non tutti, gli struzzi sono dappertutto. Ma anche questo le sarebbe servito, a crescere, a imparare a volare in alto, sempre più in alto, dove lui non aveva mai osato spingersi.
“Cinque lune passeranno veloci come un battito d’ali”, si disse, non riuscendo a sovrastare una seconda vocina interiore che obiettava “Non esageriamo”. Le mise a tacere entrambe, assaporò in silenzio il gorgheggio proseguire a lungo, fino ad affievolirsi e confondersi col rumore di un mare agitato che ora sembrava ridere anch’esso, accompagnato dal sibilo di una brezza potente, tanto importuna da riempirgli gli occhi di sabbia fino a farglieli lacrimare, ma tu guarda, chissà adesso cosa penserà Frì.
«Tornerò», gli sfuggì, rivolto al mare.
Lei fraintese: «Tornerò prestissimo!», lo rassicurò.
Il padre sorrise e le posò le ali sulla testa, in fondo sollevato da non doverle spiegare cosa intendesse; un pensiero melenso, da passerotti, del tutto estraneo al papà barbagianni che l’aveva cresciuta: sarebbe tornato su quella spiaggia.
Sarebbe tornato nelle lune successive, nei giorni di bufera, si sarebbe posato sullo stesso promontorio. E avrebbe volentieri concesso ancora, al maestrale invadente, l’obolo di qualche lacrima, pur di ascoltare, nel fischio della tempesta, nell’urlo del mare, l’eco di una risata lontana.

 

 

THE… OUTSET!


Storia pensata per un pubblico diverso da struzzi, dimajene e salvoltoi, richiesta da… Erri Porta (sì, da uno dei me che convivono sotto la stessa scorza!).

Il testo potrebbe subire modifiche minime in fase di revisione (correzione di refusi, eliminazione di ripetizioni etc.).

1 Comment

  1. Solo un barbagianni come te poteva rappresentare tutto questo amore. Io mi posso solo unire in un’unica voce: Buon volo ❤

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